Terrore e contro terrore all’Imperial War Museum di Londra

Camp 6, Immediate Response Force equipment © Edmund Clark, courtesy of Flowers

Maurizio Caserta e Aldo Premoli. Tutto si può dire tranne che l’Imperial War Museum sia un’istituzione di orientamento pacifista. Con le sue cinque sedi (tre a Londra, una a Manchester e un’altra a Cambridge ) l’IWM è lì per ricordare che l’isola aveva costruito un impero e che lo aveva fatto utilizzando lo strumento con cui si sono sempre costruiti gli imperi: la guerra.

Gli inglesi (al netto della Brexit) hanno sempre avuto fama di essere gente pratica. E anche sulla guerra e i suoi orrori riflettono con rigore.

Suscita speranza vedere nei corridoi della mostra classi miste del liceo composte da ragazzine bionde in felpa ed altre certamente non bionde – almeno da quel che si intravede sotto l’ hijab – discutere insieme all’insegnante che le accompagna. Del resto l’attuale sindaco di Londra si chiama Sadiq Aman Khan ed è di origini pakistane.

War of terror, la mostra allestita ora all’IWM, è una riflessione sulle misure di sicurezza adottate a partire dall’attacco alle Torri gemelle del 2001. Qui il terrore rappresentato non è quello sanguinolento scatenato dal crepitio dei kalasnikov o da cinture imbottite di esplosivo. War of Terror proietta il visitatore in un’esperienza di disorientamento, oppressione e tensione. L’impiego di “all necessary and appropriate force” viene autorizzata da George W. Bush dentro e fuori i confini nazionali. Immediatamente dopo Tony Blair annuncia un “at war with terrorism” che non lascia dubbi circa la posizione del Regno Unito: ma il 7 luglio 2005 i trasporti pubblici di Londra subiscono tre attacchi suicidi. E arriviamo al 2013 quando Barack Obama dichiara la sua “global war on terror” per smantellare il network ISIS. Lo scorso 12 giungo 2016 a Orlando in Florida Omar Mateen ha colpito a morte 49 persone e ne ha ferite al tre 53.

War of terror è costruita come un’esposizione fatta di suoni, fotografie, documenti e installazioni multimediali. Tutti materiali che provengono dagli archivi del fotografo e artista Edmund Clark: ci sono documenti ufficiali della corrispondenza censurata in entrata e in uscita dei sospetti, ordini di servizio, racconti audio di esperienze vissute in prima persona, ma soprattutto immagini degli spazi apparentemente neutri in cui sono confinati gli individui sottoposti alle misure antiterrorismo. E sono queste ultimi quelli che fanno riflettere di più.

Ma procediamo con ordine. Il video che apre la mostra si chiama Orange, perché arancio sono le divise che tutti conosciamo dei detenuti di Guantanamo. Ma arancio sono anche quelle che la sofisticata macchina comunicativa dell’Isis impone ai suoi prigionieri durante le feroci esecuzioni diffuse attraverso i suoi video di propaganda.

Segue una selezione di fotografie che Clark, uno dei pochi civili ammessi al suo interno, ha scattato nel carcere militare di Guantanamo. Sono immagini di grande formato che inchiodano chi le osserva: si va dalla sala comune con televisione a schermo piatto alla seggiola con fasce che immobilizzano il detenuto per obbligarlo al nutrimento via naso. Ambienti e oggetti di design asettici che trasmettono un sentimento difficile da descrivere utilizzando vocaboli comuni. Ed è in realtà proprio questo il sentimento che pervade l’intera esposizione.

La sezione più affascinante (perché anche la paura indubitabilmente ha un fascino) è quella che Clark ha dedicato alla cosiddetta Extraordinary Rendition, la pratica CIA che prevede prelievo/deportazione/detenzione senza autorizzazione giudiziaria per individui sospetti di terrorismo. Una pratica illegale secondo le leggi sia Usa che UK, ma in corso senza interruzione dall’ottobre del 2001.

Tra il dicembre 2011 e il gennaio 2012 Clarks ha diviso lo spazio con un presunto terrorista sottoposto a misure di “Control Order House”. Ha vissuto in un bilocale qualunque di una qualunque periferia urbana dove un sospetto può essere trattenuto per un mese come alcuni anni, senza conoscere che cosa gli si imputa . Gli indizi a suo carico potrebbero, infatti, provenire da segnalazioni di una intelligence straniera o da testimonianze sotto copertura, e sono quindi non producibili davanti a una corte di giustizia. “Sospetti ragionevoli” dunque, ma non “prove valide” per intraprendere un regolare percorso di giudizio.

Il risultato di questa permanenza è esposto all’IWM sulle pareti di una sala cieca di tre metri per cinque tappezzata da 390 foto di piccolo formato. Scatti all’apparenza banali: pavimento, soffitto, oblò di lavatrice, giocattoli ammassati in un angolo, tendine perennemente chiuse alle finestre, tovaglia, lampada al neon, copriletto… oggetti che testimoniano i sentimenti di claustrofobia, disorientamento e depressione crescente in un individuo a cui è negato il diritto di conoscere lo sviluppo di una vicenda senza contorni di cui è, suo malgrado, protagonista… Non risulta che un solo individuo tra quelli sottoposti alla pratica sia poi stato processato per attività relative ad attività terroristiche.

Di certo “la terza guerra mondiale combattuta a pezzi” secondo la perfetta definizione che ne ha dato Francesco I continua implacabile: perché le misure di terrore adottate contro il terrore non sembrano aver prodotto alcun risultato.

Non c’è tuttavia giudizio morale nei lavori di Clark e va tutto a favore di un’istituzione governativa che ospita questa mostra l’intento di sollevare domande – e non di fornire risposte – circa pratiche che hanno coinvolto pesantemente anche il governo inglese. Dalle sale dell’IWM si esce con la sensazione per nulla rassicurante che la strada da percorrere resti buia.

Una riflessione tuttavia è possibile farla: la banalità quotidiana del contro terrore – necessario o meno che sia – rimette in discussione quelli che ci eravamo illusi fossero valori condivisi: primo fra tutti il rispetto per i diritti umani.

All’attacco aereo del 11/9 costato 3000 morti sono seguite tempeste di fuoco più o meno disordinatamente distribuite sui Paesi del Medio ed Estremo oriente. E poi blitz su territori africani perpetrati con uomini a terra (di cui si è spesso negata l’esistenza) e mezzi guidati a distanza dal cielo. Ma non per questo la mattanza (l’ultima il 19 dicembre scorso a Berlino) a est ed ovest dell’Atlantico si è fermata.

 

Fonte: http://www.huffingtonpost.it/maurizio-caserta/terrore-e-contro-terrore-allimperial-war-museum-di-londra_b_15326698.html?utm_hp_ref=italy