Perchè siamo i malati d’Europa

Maurizio Caserta. Il rapporto Noi Italia che ogni anno l’ISTAT pubblica offre una interessante e suggestiva personalizzazione di un rapporto statistico. Non tanto Noi Italiani, ma Noi Italia, a indicare che se cresce e progredisce il paese, crescono e progrediscono anche i suoi abitanti. È come se il paese avesse chiesto al suo principale reparto diagnostico di fare un check-up del suo stato di salute, consapevole che da quel check-up possano non solo seguire delle terapie, se utili, ma anche un diverso stile di vita. L’informazione statistica, infatti, non deve servire solo agli analisti ed ai governi, ma deve essere facilmente fruibile in modo da orientare i comportamenti di ciascuno di noi in modo virtuoso. La batteria dei 100 indicatori, articolati in sei aree e 19 settori, che l’ISTAT calcola ogni anno, e che presenta in forme assai semplificate, serve proprio a questo, a far capire all’Italia cosa deve fare per star meglio. Un rapporto annuale, infatti, non può far emergere grandi cambiamenti ma può segnalare punti di forza e di debolezza, in modo da cavalcare i primi e rafforzare i secondi.

L’Italia resta il malato d’Europa, anche se i suoi cittadini stanno fisicamente meglio della gran parte dei cittadini europei e se l’ambiente in cui vivono gli italiani non ha niente da invidiare ai partner europei. Infatti, da una parte siamo tra le popolazioni più longeve, con bassi indici di mortalità, con la percentuale più bassa di adulti in eccesso di peso, con un’alta speranza di vita alla nascita, ma anche un paese con un numero di figli per donna assai al disotto del valore necessario per garantire il ricambio generazionale, che ci lascia al 23 esimo posto della graduatoria europea per fecondità. Siamo un paese che mangia bene, con straordinarie eccellenze agroalimentari, ma spendiamo troppo poco in istruzione. Siamo, infatti, i quartultimi in Europa se rapportiamo la spesa in istruzione al prodotto interno lordo. Nessuna sorpresa quindi se il numero dei laureati, nella fascia d’età 30/34, è il più basso d’Europa. E siamo pure al primo posto della classifica NEET, ossia la classifica di coloro tra i giovani nella fascia d’età 15/29 che non sono impegnati in una occupazione, in un percorso formativo o in una attività di addestramento professionale. E nessuna sorpresa se la percentuale di coloro che hanno una occupazione nel nostro paese è la più bassa d’Europa, se solo si esclude la Grecia o se il tasso di disoccupazione scende dal 2015 al 2016 solo di 0.2 punti percentuali. Il fatto che la spesa per la protezione sociale sia più alta della media europea, anche in termini pro-capite, appare una naturale conseguenza di questo forte disagio sociale.

Insomma è un paese con una infrastruttura debole, materiale e immateriale, che con difficoltà rinnova il suo capitale. Non sorprende allora che tra il 2010 e il 2015 la produttività del lavoro italiana sia aumentata solo dell’1.1 per cento, contro un corrispondente dato europeo del 5.1 per cento. Un paese che produce e cresce poco è destinato ad avere una forte pressione fiscale se vuole soddisfare alcuni bisogni di base. Nel 2016 la pressione fiscale, infatti, scende al 42.9 dopo aver toccato punte più alte negli anni precedenti, ma l’Italia resta tra i paesi con la pressione fiscale più alta.

L’Italia deve crescere. Soprattutto per quell’11.5 per cento di individui che vive ancora in condizioni di grave deprivazione. Questo lo sanno i governi, che tuttavia fanno ancora troppo spesso politiche orientate al breve termine. Occorre invece rafforzare la struttura materiale e immateriale del paese. Un buon governo è quello che guarda lontano. Se i governi non imparano niente dalla lettura del rapporto, forse allora l’Italia potrebbe orientarli alla virtù.

 

Fonte: La Sicilia 15.03.2017

 

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