Apprendisti stregoni

Maurizio Casertae Aldo Premoli.

Emma Bonino ha scoperchiato il vaso. Ecco perché i 28 Paesi Ue si dimostrano ogni volta (Parigi, Amburgo e a Varsavia succederà esattamente la stessa cosa) tanta disinvoltura a respingere le richieste di aiuto italiane. Restano atteggiamenti vigliacchi quelli di chi rifiuta le quote di migrati assegnate: questo è un fatto. Ma altrettanto vero è che chi ci governa non ha mai raccontato fino in fondo come sono andate le cose.

Terminate le operazioni di soccorso governate da Mare Nostrum che stando al Primo ministro in carica Matteo Renzi “costavano troppo” al nostro Paese, è intervenuta la Ue organizzando Triton, accordo che prevede che tutti i salvataggi in mare effettuati da navi di qualsiasi nazionalità debbano essere indirizzati verso i porti italiani.

Costi ripartiti dunque, ma coordinamento delle operazioni italiano. Il che ha una sua logica, vista la distanza minima che separa la Sicilia dalle coste libiche. Peccato che nessuno al momento della firma ha saputo prevedere l’incremento esponenziale degli arrivi.

E poi: non esisteva già il trattato di Dublino (1990) che prevede la possibilità per un richiedente asilo di fare domanda solo ed esclusivamente nel primo paese di arrivo? Bel pasticcio averlo ignorato. E bel risparmio. Ora Gentiloni e Minniti bussano ovunque, con il cappello in mano, per chiedere di rivedere sia Dublino che Triton. Con i risultati che conosciamo.

Ma non è finita qui. Ora dal pentolone dei nostri leader politici ecco apparire una nuova pozione magica capace di mettere d’accordo sia Renzi che Salvini, sia Grillo che la Meloni. “Aiutiamoli a casa loro” è finalmente qualcosa di semplice e comprensibile a tutti. Se la Ue stanzia qualche miliardo “per scavare pozzi e costruire scuole” (l’articolato programma di Salvini) basta sbarchi, basta Cie e Cara, l’emergenza si risolve senza troppo disturbo per tutti i 28 Stati membri.

C’è solo un problema. Ma “casa loro” dov’è? In Libia con due governi appoggiati da potenze straniere in competizione e 140 tribù bene o male armate? Non va meglio in Nigeria, una federazione di 36 stati alcuni dei quali governati da principi o sultani. O in Eritrea dove il presidente Isaias Afeweky governa un popolo che ha ridotto alla fame da 24 anni senza che ci siano più state elezioni.

Che si fa in questi casi? Come li aiutiamo “a casa loro”? Potremmo mandare una squadriglia di elicotteri Augusta-Westland del nostro esercito a spargere un numero cospicuo di schede prepagate da utilizzare presso le cooperative locali? Da lì in poi se la vedano loro.

Vi è nel dibattito politico una disarmante approssimazione che induce a credere che nessuno pensi prima di parlare. Pensare in questo caso significa avere il senso della complessità del problema. Nessuno può ragionevolmente affermare che tutto è a posto. Ma nessuno, soprattutto se ha responsabilità politiche o di governo, può esimersi dal verificare le basi del proprio ragionamento. Pensare significa innanzitutto guardare e prevedere gli equilibri e gli squilibri demografici dei prossimi decenni. Quella è la forza più grande cui nessun provvedimento governativo può mettere argine.

Poi vi sono i nuovi equilibri economici. L’Africa, per la maggior parte, è un continente ancora nelle prime fasi dello sviluppo. L’Europa è un continente nella fase molto avanzata dello sviluppo. Come dialogano due continenti così diversi ma condannati a confrontarsi? Si può veramente pensare che riversare un po’ di soldi (anche tanti) su quel continente ristabilisca l’equilibrio? Poi c’è la politica. Si può pensare che il rapporto con l’Africa non passi dal ruolo che colossi come la Cina e la Russia intendono svolgere in quel continente?

C’è un solo modo serio di affrontare la questione. Riconoscere che il rapporto tra i due continenti costituirà un nodo fondamentale della storia dei prossimi decenni. Che i due continenti devono rafforzare i loro legami, mettendo in luce i punti di forza e quelli di debolezza di ciascuno dei due. Che un riequilibrio di risorse e di opportunità è inevitabile. Che gli strumenti di governance globale sono gli unici a disposizione. Che bisogna far emergere delle leadership da entrambe le parti, che sappiamo dialogare e ben rappresentare tutti gli interessi in gioco.

fonte: http://www.huffingtonpost.it/aldo-premoli/apprendisti-stregoni_a_23024696/?utm_hp_ref=it-homepage
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