Libia: Migranti & Petrolio Inc.

Aldo Premoli. In un lungo articolo riportato lo scorso giugno dal New York Time, Mustafa Senalla il Presidente della N.O.C. (National Oil Corporation, responsabile della gestione del petrolio e del gas libici) lamentava l’ennesimo tentativo di rimuovere i mandati alla sua compagnia, questa volta a causa della tensione crescente tra Quatar e gli altri Paesi arabi (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Baharein ed Egitto).

Con loro la Russia e il generale Haftar che controlla Tobruk e la Cirenaica. Suo collega e rivale (a cui nel recente summit di Parigi ha stretto la mano per sconfessare qualsiasi accordo il giorno seguente) di Al Serraj che a Tripoli si è insediato con l’appoggio dell’Onu ed è sostenuto dalla UE, come di recente dal Quatar.

Sin al 2011 sotto il pungo di ferro di Muammar el-Qaddafi, la Libia era un classico petrolstato: dipendenza assoluta del petrolio e del gas, ma grandi introiti da riversare su un territorio a bassa intensità demografica. In pratica dalle risorse naturali provenivano e provengono il 95% delle entrate all’esportazione, per l’86% destinati all’Europa: l’Italia primo importatore ne assorbe da sola il 30%.

Tanto Serraj che Haftar pagano il loro personale attraverso questi ricavi. Mentre schierati in mezzo al deserto lavorano impianti dell’Eni, della Total (Francesi), della spagnola Repsol, della tedesca Wintershall, sino all’americana Occidental, Conoco Phillips, Marathon e Hess. Poi ci sono le canadesi Suncor e PetroCanada, l’austriaca OMV e la russa Gazprom. Attivi o meno a seconda dell’andamento degli eventi.

L’Eni copre più del 70% dell’estrazione complessiva odierna. Per tre quarti si tratta di gas e per un quarto di petrolio: il 55% viene dai giacimenti in terraferma e il 45% da quelli off-shore. Quello libico è “olio leggero”, pregevole per l’elevata percentuale di frazioni a basso peso molecolare e con buone rese nella produzione di derivati come benzina e diesel.

La situazione però è molto più complicata rispetto al 2011. Mentre Haftar con una serie di colpi di mano tra il 2013 e il 2015 ha posto sotto il suo controllo tutti i porti raggiunti dai terminali petroliferi, le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite riservano il diritto di commercio al governo con sede a Tripoli.

Il mandato dell’operazione Sophia, la missione anti-contrabbando dell’Unione europea, è stata recentemente estesa per un altro anno. Attualmente focalizzata sul traffico di persone e armi nelle acque libiche, andrebbe – secondo il Presidente N.O.C.- esteso anche alla repressione del contrabbando di petrolio capace di fruttare a una rete non ben individuata di contrabbandieri (libici, turchi, siriani, Isis, Mafia) sino a 1 milione di Euro al giorno.

Siamo alle solite, tutti a stracciarsi le vesti per i migranti che tentano la sorte in mare. Ma silenzio su quel che accade con il petrolio.

Dopo il 2011 la sua estrazione in Libia è drammaticamente scesa. Da 1,7 milioni di barili al giorno sino ai 400mila del 2015 e a un probabile (così si augura Senalla) 1 milione alla fine del 2017. Questo ha significato forti riduzioni delle entrate a disposizione del popolo libico (un tempo quello con più alto reddito pro-capite tra Paesi africani). Strade, ospedali, acquedotti, industrie e intere città sono sorte accanto agli impianti di estrazione, alle raffinerie ed ai porti da cui partivano le petroliere.

Un problema a cui qualcuno ha posto rimedio: con il traffico di esseri umani.

500 € per i meno abbienti costretti ad attraversare il Sahel a bordo di scassate camionette, per risalire dal Niger attraverso il confine libico sino alla costa del Mediterraeo. 7000€ per i più abbienti, una frazione minima ma indicativa del fenomeno (125 intercettati dall’inizio del 2016) per un passaggio su un’imbarcazione battente bandiere americana, tedesca, olandese intercambiabili alla bisogna.

Niente gommoni sovraffollati ricavati dai teloni dei camion e destinati ad affondare con o senza il loro carico disperato, niente polemiche con le Ong che sia affannano a salvare uomini donne e bambini.

Al comando di questi yacht skipper ucraini (!) discesi dal Bosforo per mettere in piedi una rete illegale – ma evidentemente fruttuosa, di trasporti ad personam. Sono all’opera da anni e loro destinazioni privilegiate sembrano proprio essere le spiagge tra Siracusa e Pozzallo.

Intanto 100 km a ovest di Tripoli tra Sabratha e Zawyah i trafficanti hanno il controllo assoluto dl territorio. Una tribù con migliaia di miliziani armati capaci di far partire dai 4 ai 6 gommoni al giorno se il tempo è buono. I conti sono presto fatti.Dai 700 ai 1500 euro a testa moltiplicati per 160 migranti a gommone. Non solo. Sebbene il loro capo Ahmed Dabbashi sia da tempo nella lista nera dell’Onu, nessuno si scandalizza in Italia se sono i suoi miliziani a garantire la sicurezza dell’impianto Eni di Mellita, 300 km più in là, oltre il confine tunisino.

Migranti e petrolio non conoscono confini.
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