Può esserci un vantaggio netto dall’immigrazione?

Maurizio Caserta e Aldo Premoli. L’immagine disgustosa del van bianco noleggiato come arma per seminare strage a Barcellona ci ricorda che è possibile trasformare luoghi quotidiani, come i luoghi di una passeggiata, in scenari di primitivi, in luoghi dediti ad omicidi rituali.

 Le Ramblas nel capoluogo catalano, la Passeggiata sul lungomare di Nizza, il London Bridge a Londra si sono rivelati luoghi pubblici facili da colpire, luoghi dove la libertà dei cittadini europei si rappresentava grazie a una società, la nostra, che ha saputo dotarsi di norme, diritti e istituzioni adeguate a consentirlo. Norme, diritti e istituzioni coagulatesi a partire dal XVIII secolo intorno al concetto di “ragione”: quella ragione che alberga in ogni individuo sano di mente, ma che ahimè non sempre sta in buona compagnia. Sta qui il cardine delle nostre democrazie occidentali, magari un po’ acciaccate, ma pur sempre il migliore esempio di quanto l’uomo è riuscito a produrre negli ultimi cinque secoli.

Il dibattito pubblico sul governo dei flussi migratori di fronte a questi accadimenti diventa, per chi sostiene come noi che i flussi non si fermeranno e occorre governarli, un terreno minato: ma, insistiamo, non deve per questo essere condizionato da pregiudizi e informazioni parziali. Guardiamo, oggi più di prima, con disprezzo ai mestatori che di fronte ad ogni tragico accadimento cercano di accreditare l’equazione: musulmano = terrorista. I foreign fighter che seminano stragi in Europa sono un fenomeno che ha radici precise e non facili da estirpare, ma proprio per questo evocare guerre di religione è folle e insieme suicida. L’Europa, l’Italia sono coinvolte in una guerra asimmetrica con due formazioni islamiste, Isis e Al Quaeda, composte presumibilmente da meno di 50.000 combattenti all’opera in Medio Oriente, Africa, Asia e ora anche qui: ma i musulmani che abitano il nostro pianeta sono quasi 2 miliardi e si tratta di un numero in costante crescita.

Spesso un’opinione si forma sulla base di quanto viene osservato direttamente, o viene riportato, con una serie di vertiginosi alti e bassi di attenzione, da media più o meno indirizzati a manipolare l’opinione pubblica. Si tratta spesso di rappresentazioni che coprono solo una piccola parte della realtà dei fatti. È certamente vero che nessuno può avere una visione completa del fenomeno ed è anche vero che gli effetti percepiti su di sé sono spesso determinanti per formarsi una opinione su un fenomeno. Ciò non esclude tuttavia che tra le varie fonti di informazioni e di giudizi, sia necessario discernere le fonti autorevoli e ascoltare il parere degli esperti.

Poiché le argomentazioni principali in tema di immigrazione hanno a che fare con il lavoro e con i redditi, vale la pena di vedere cosa dice la teoria economica dell’immigrazione. Questa teoria parte da alcuni assunti: uno di questi è che esista un mercato internazionale del lavoro nel quale i lavoratori possono spostarsi, con maggiore o minore facilità, alla ricerca delle condizioni migliori. Questa riallocazione del lavoro sarebbe virtuosa poiché ognuno verrebbe attratto là dove può dare il meglio di sé. L’assetto finale dovrebbe essere il migliore possibile, poiché qualsiasi ulteriore spostamento ridurrebbe la produttività di coloro che si spostano.

Ciò presuppone che gli uomini e le donne si muovano con la stessa facilità delle merci e dei capitali. Il che è falso. Non è detto inoltre che gli spostamenti siano spiegati solo dal differenziale di produttività. Ci si può spostare per raggiungere la famiglia, perché il paese di destinazione offre servizi migliori, perché è più democratico e più libero, perché ha un sistema fiscale meno oppressivo, perché ha un clima migliore, perché è in pace e non in guerra, o per qualche altra ragione ancora. A questo proposito suggeriamo di consultare l’illuminante libretto di Guido Chelazzi, Inquietudine Migratoria. In alcuni casi estremi non c’è nessuno spazio di scelta: semplicemente ci si deve spostare, pena la fame o la morte. In questi ultimi casi però la teoria economica non può dire molto, perché dovrebbe rinunciare al suo assunto fondamentale, ossia che i comportamenti studiati siano volontari. Se questi sono solo casi estremi, resta molto spazio perché la teoria economica dia un contributo di comprensione del fenomeno migratorio.

Se ciò è vero, si può cominciare a ragionare dalla rappresentazione più elementare e forse meno realistica del fenomeno migratorio: riconoscendo che si tratta di una chiave parziale che va integrata nelle diverse direzioni dettate dalle particolarità del momento e del luogo. Si immagini un paese che riceve un flusso migratorio in entrata. Le principali domande che i lavoratori già residenti in quel paese si porranno sono le seguenti: perderemo il nostro lavoro per questo? saremo pagati peggio per questo? pagheremo più tasse per questo? in definitiva, peggioreranno le nostre condizioni di vita?

Ora si osservi il grafico seguente che rappresenta la situazione di un paese che riceve un flusso migratorio, nel quale si confronta la situazione precedente al flusso con quella successiva.

MAURIZIO CASERTA

 

La linea rossa discendente indica, in funzione del numero degli occupati, il prodotto ottenuto. Più occupazione significa più produzione: ma con incrementi decrescenti, poiché normalmente si comincia con i lavoratori più efficienti che possono contare sulla piena disponibilità degli strumenti di produzione. L’area compresa sotto quella curva indica quanto si produce, secondo ovviamente il numero degli occupati, misurato sull’asse delle ascisse. Le due rette verticali blu indicano la forza lavoro prima dell’arrivo degli immigrati (la linea sottile) e la forza lavoro accresciuta per la presenza degli immigrati (la linea spessa). Prima dell’arrivo degli immigrati il punto di intersezione tra la curva rossa e la curva blu sottile indica il salario e gli occupati. L’area sottostante indica invece il prodotto dell’economia (D+E+F). L’arrivo del flusso migratorio fa scattare la concorrenza tra i lavoratori (residenti e non) abbassando i salari e spingendo le imprese a occupare di più. Mentre prima dell’arrivo degli immigrati il prodotto globale era pari all’area D+E+F, adesso il prodotto globale è pari all’area D+E+F+G+H, maggiore della precedente.

Questo semplice grafico fornisce uno strumento per dare risposta, condizionata alla validità delle assunzioni, alle domande precedenti. A seguito dell’arrivo del flusso migratorio i salari si abbassano, ma l’occupazione cresce. Nessuno perde il lavoro. La produzione aumenta in maniera sufficiente per compensare le perdite di alcuni. Vi è un guadagno netto dall’immigrazione, che può essere utilizzato per abbassare il carico fiscale. Nel complesso, la situazione economica migliora.

È facile vedere che una volta corrisposto il salario ai lavoratori immigrati, resta un surplus (l’area G) che è dunque il guadagno netto proveniente dell’immigrazione. Non vi è dubbio che i lavoratori residenti vedranno il loro salario abbassarsi nella misura dell’area E: ma quell’area non è perduta. È solo trasferita ad altri. L’economia complessivamente va meglio e può compensare le eventuali perdite.

Abbiamo costruito uno schema e ragionato teoricamente. Serve a qualcosa?

Siamo convinti di sì, se si usa per mettere a fuoco il problema, guardando ai guadagni o perdite complessive e alle possibilità di compensazione. Infatti, è questo il vizio più frequente nel ragionamento pubblico. Mettere insieme la dimensione micro con quella macro. Ci sono segmenti della società che certamente sono danneggiati dal fenomeno migratorio. E ci sono segmenti che invece sono favoriti. Un governo responsabile guarda al sistema macroeconomico, e compensa le eventuali perdite individuali, se ci sono sufficienti risorse per questo. È solo una prima regola di ragionamento, per non lasciarsi trascinare dal momento, dal luogo, dallo stato d’animo, dalle perdite subite individualmente.

Fonte: http://www.huffingtonpost.it/aldo-premoli/puo-esserci-un-vantaggio-netto-dall-immigrazione_a_23154593/?utm_hp_ref=it-homepage