A Roma c’è un tiro alla fune tra il diritto di proprietà e i diritti dell’uomo

Maurizio Caserta e Aldo Premoli. Questa riflessione su quanto avvenuto a Roma lo scorso giovedì ruota attorno al concetto di diritto di proprietà. La proprietà dell’immobile occupato; la proprietà del suolo pubblico occupato; il diritto (di proprietà) dei rifugiati all’uso di risorse comuni. Dall’esercizio di questi diritti (che rappresentano poteri su cose materiali ed immateriali) diversi conflitti possono emergere. Chi la spunta è di solito il titolare del diritto meglio tutelato. Gli interventi di sgombero a Roma dicono chiaramente quali sono i diritti più efficacemente protetti e cioè il diritto dei residenti che hanno acquisito la proprietà su un bene materiale, in questo caso un immobile.

 Sorge spontanea una domanda. Come è stato acquisito quel diritto all’origine? Normalmente il diritto è legato alla cittadinanza. E la cittadinanza normalmente si acquista perché i genitori sono cittadini di quel paese. E questi sono cittadini di quel paese perché i loro genitori sono stati cittadini di quel paese. La somma di diritti che costituisce la cittadinanza si acquisisce quindi non per merito ma per una circostanza accidentale: nascere in una famiglia (europea) piuttosto che in un’altra (africana per esempio). Quel fascio di diritti originari si acquisisce allora non attraverso uno sforzo di accumulazione (come accadrebbe per chi, attraverso il risparmio di una vita, riesce a comprare una casa) ma per puro caso.
Ma nascere in un paese ricco e in pace non è un merito, così come nascere in un paese povero e in guerra non è una colpa. Occorre dunque individuare una regola che ristabilisca un equilibrio. Riconoscendo un diritto di cittadinanza universale (del resto già presente nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948).
Stiamo qui cercando di fare una affermazione elementare: lo scontro a cui abbiamo assistito in Piazza Indipendenza deriva da un conflitto di diritti. Alcuni ben protetti, altri meno. Gli ordinamenti giuridici, nazionali e internazionali, dovrebbero servire a rendere possibile la convivenza pacifica e produttiva tra i popoli. Nelle circostanze in cui ci troviamo a vivere oggi in Italia, in Europa come in molte altre parti del mondo, non possiamo più prescindere dal valutare attentamente un fascio di diritti che deve risultare indipendente dal luogo in cui vengono esercitati. Si può discutere sulla ampiezza di questo insieme di diritti, ma una volta stabiliti non si possono più negare. Il riconoscimento non esclude si possa presentare una situazione in cui il diritto di proprietà acquisito da un residente viene in conflitto con il diritto a un’ abitazione di un rifugiato. Non stiamo sostenendo che l’unica soluzione sia quella che il conflitto debba essere risolto necessariamente a favore di quest’ultimo; piuttosto occorre verificare in quale modo entrambi i diritti possano essere riconosciuti, per esempio riducendo i confini dell’uno e dell’altro.
Un’ultima precisazione. Non siamo percorsi da istinti di autoflagellazione. Per fortuna e saggezza condivisa l’evoluzione delle nostre società è riuscita ad assicurare che gli sforzi di ogni individuo per migliorare il proprio tenore di vita fossero ricompensati. Perché lavoriamo. Perché abbiamo accumulato qualche risparmio. Perché abbiamo creato un’impresa. Ciò è stato reso possibile da una legislazione e una giurisdizione resistente ad attacchi disordinati e “illegittimi”. I diritti acquisiti vanno difesi strenuamente. Ma non possiamo negare che i tempi che viviamo costringano a nuove riflessioni. Se ci piace comprare abiti confezionati in paesi dell’Estremo Oriente perché hanno un prezzo più basso o coltivare attività finanziarie di oltre Atlantico perché più remunerative, dobbiamo anche accettare che oltre alle merci ed ai capitali circolino le persone. Così è: il “pacchetto” è unico, non frazionabile. Felici di non pensarci troppo quando preferiamo automobili coreane a quelle italiane o tedesche, preoccupati invece quando ci troviamo di fronte a “stranieri” titolari di diritti umani. Ma è dal 1948 che facciamo parte di una comunità internazionale (le Nazioni Unite) che quanto espresso qui sopra hanno affermato con forza alla fine di un conflitto costato 2 milioni di vittime.

Anziché perseverare nello spettacolo indecoroso degli opposti schieramenti (chi con la polizia, chi con i rifugiati) sarebbe utile ragionare e cercare di capire come i diritti (tutti i diritti) in campo possono essere soddisfatti. Esistono ad esempio risorse (immobili, strutture, campi) che appartengono a qualcuno, ma non vengono utilizzate. Si potrebbe partire da lì. Negando che il “proprietario” abbia il diritto di vita e di morte su quel bene. Se lo uso resta mio. Se non lo uso – sia pure con qualche forma di compensazione – verrà messo a disposizione.

Oggi al Viminale è prevista una riunione che dovrebbe indicare come affrontare la questione degli sgomberi e della conseguente ricollocazione dei bisognosi (migranti o italiani poveri che siano): immaginiamo con quale imbarazzo, potranno essere indicate le linee guida da seguire. Non scontentare nessuno è impossibile e scontentare – per chi governa – significa rischiare di perdere voti. Gli imprenditori della paura – come li ha definiti di recente Emma Bonino – sono in agguato: pronti ad avvelenare tutti i pozzi della ragionevolezza e dell’umanità pur di raggranellare consensi. Di dichiarazioni “prudenti” però ne abbiamo già sentite parecchie: è venuto il tempo del coraggio.

 

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