Migranti & Miliardi

Aldo Premoli. A scuola non ho mai avuto simpatia per la geografia. Da bambino sentivo d’istinto che sapere quanto è alto il Monte Bianco o quale è il fiume più lungo d’Italia in se e per sé non aveva alcun risvolto pratico. Poi ho cominciato a viaggiare e ho viaggiato molto. Ora so che senza una visualizzazione dei luoghi in discussione, insomma senza una cartina, una mappa o l’utilissimo Google maps qualsiasi ragionamento, politico, economico o strategico è impossibile.

L’editore di Sudpress mi ha chiesto di raccontare quanto sta accadendo sulla costa Nord dell’Africa, quella che sta a 145 km dalla Sicilia, un tratto di mare balzato alla cronaca per le 2100 morti solo nel 2017 e le decine di migliaia di arrivi che hanno raggiunto le nostre coste negli ultimi tre anni. Se avete deciso di seguirmi vi invito a visualizzare immediatamente il luogo

Voglio qui ragionare partendo da un piccolo tratto di costa, che sta a occidente di Tripoli: sono i 175 Km che separano la capitale libica dal confine tunisino. E in particolare a visualizzare dove si trovano Zuara e l’impianto petrolifero di Az Zawiyah,

Ormai basta cliccare su un link per visualizzare immediatamente anche le zone del mondo più remote e difficili.

Dell’importanza strategica degli impianti petroliferi in Libia e di come siano collegati alla compra-vendita di migranti ho già raccontato appena un mese fa qualcosa proprio per Sudpress.

Da allora molte cose sono cambiate, principalmente perché gli sbarchi sulle nostre coste tra luglio e agosto sono significativamente crollati: dal 1° luglio al 25 agosto rispetto allo stesso periodo del 2016 sono diminuiti del 68%: 44.846 lo scorso anno, 14.391 questo. Il record è di agosto, con una caduta dell’86 %. Il Ministro degli interni Marco Minniti (che nella realtà in questo governo funge anche da Ministro degli esteri e talvolta scivola su posizioni da premier) raccoglie così i frutti di tanti viaggi verso la Libia e di tanti summit con i partner europei.

Ma ogni cosa ha un prezzo e i libici sanno esporlo molto bene: vogliono denaro.

Nel 2016 la UE ha versato a Erdogan 6 miliardi di Euro, la rotta balcanica si è interrotta e la Grecia ha smesso di ricevere barconi carichi di disperati.

Per consolidare i risultati ottenuti da Minniti si parla di altri 6 miliardi provenienti dalla Ue e alcuni (?) milioni (ma qui non ci sono certezze) versati dai nostri ministeri agli scafisti che stanno bloccando le partenze dalla costa libica.

Recep Tayyip Erdogan è un dittatore che governa con pugno di ferro uno stato cardine posto tra tre continenti.

Gli interlocutori di governo in Libia ufficialmente invece sono due: Al Sarraji a Tripoli e il generale Khalifa Belqasim Haftar insediatosi a Tobruk.

Il primo sponsorizzato dall’Onu, il secondo protetto da Egitto, Russia e una Francia ambigua come sempre.

Già complicato visto così.

Ma anche più pericoloso nella realtà: perché né Haftar né Serraji controllano tutto il territorio libico. E l’interruzione del flusso della disperazione alimentato da chi proviene (principalmente) da Senegal, Nigeria, Costa d’Avorio, Ghana, Guinea, Sudan, Eritrea, Somalia significa per i libici che in questi anni si son ritagliati il ruolo di “accompagnatori indipendenti” la perdita della risorsa primaria su cui lucrano.

Dalla caduta di Mu’ammar Gheddafi molte aree della Libia sono in mano a decine di piccoli Gheddafi che hanno movimentato ogni giorno migliaia di persone su rotte desertiche, attraverso Niger, Mali, Ciad e Algeria. Non è possibile infatti raccogliere denaro, fornire carburante a centinaia di mezzi di trasporto, ottenere lasciapassare, governare i centri di raccolta e poi gestire la flotta di barconi lanciati nel Canale di Sicilia senza una filiera organizzata e ben visibile.

I migranti hanno rappresentano sino all’altro giorno la fonte di denaro più importante per l’economia del sabbione libico sostituendo i proventi originariamente derivanti dal petrolio.

I Servizi occidentali da tempo conoscono i nomi di molti capobanda.

Come Fathi al-Far, comandante della rigata al-Nasr, alleato forte del premier Serraj, che ha aperto un centro di raccolta (in realtà di detenzione) a Zawiyah a metà strada tra Tripoli e Zuara. Il Centro è stato usato per vendere i migranti ai contrabbandieri in quel tratto di costa muniti di barconi e tutto questo sotto gli occhi dei fedelissimi di Sarraj. Ahmed Dabbashi è da tempo nella lista nera dell’Onu, ma ha continuato a gestire migranti e barconi e nessuno si scandalizza in Italia se sono i suoi miliziani a garantire la sicurezza dell’impianto Eni di Mellita, 300 km più a ovest oltre il confine tunisino. Sempre a Zawiyah, il capo della Libyan Petroleum Facilities Guard, milizia che dovrebbe proteggere i siti di estrazione petrolifera, fornisce il carburante per i trafficanti: non fa una grinza,

I fratelli Mohamed e Walid Koshlaf fatturano milioni di dollari stipando in alcune raffinerie migranti (all’occorrenza costretti ai lavori forzati nei pozzi) da rivendere poi agli scafisti. I Koshlaf possono contare sulla complicità di Abd al-Rahman Milad il capo della Guardia costiera di Zawiyah. Si tratta di uno degli uomini che comanda motovedette donate dall’Italia con cui che avrebbe dovuto occuparsi del contrasto agli scafisti. ma che ha utilizzato invece per altro incarico: tenere alla larga le Ong dalle acque libiche, riappropriandosi dell’area di ricerca che si estende ora per quasi quattro volte rispetto ai 22 chilometri delle acque territoriali. Alle sue dipendenze quasi certamente sono i militari che hanno sparato il 17 agosto 2016, in acque internazionali, contro la nave dell’Ong Medici senza frontiere.

Sarraji a Tripoli sta facendo il doppio gioco? Piuttosto è vero che non ha alcun controllo della situazione. I conflitti tra milizie, capi tribù e trafficanti sono all’ordine del giorno. Nel 2016 ma anche nel 2017 si sono ripetuti violenti scontri a Zawiya, dove gruppi concorrenti si contendono questa merce a colpi di kalashnikov. Lo stesso è accaduto in mare, con gli interventi dalla Guardia costiera libica, fatti passare per rassicuranti operazioni di soccorso all’opinione pubblica internazionale ma in realtà effettuati con lo scopo di sottrarre migranti alla concorrenza, riportandoli nei centri di detenzione dove rivenderli ad altri scafisti. Cosa accada in quei centri dove centinaia di uomini donne e bambini vivono in condizioni insopportabili ormai è di dominio pubblico.

Meno risaputo è quello che ha scoperto un team di investigatori dell’Onu esaminando transazioni bancarie avvenute con parenti di migranti residenti in Svezia. Depositi effettuati su conti svedesi, poi trattati attraverso il sistema hawala: i bonifici effettuati unicamente sulla parola e in seguito saldati, eludendo la tracciabilità, a attraverso compensazioni in banche di Sudan, Dubai, Emirati Arabi Uniti, dove il denaro viene poi riciclato.
Finanza criminale? Certamente, ma l’elusione delle tasse da parte delle multinazionali occidentali e cinesi operanti in Africa riducono da sempre gli introiti legali agli stati africani di almeno 50 miliardi di dollari l’anno senza che nessuno parli mai di chiusura dei centri finanziari off-shore e di trasparenza nella rendicontazione frequenza.

Minniti ha di recente presentato un piano per la stabilizzazione del deserto e dei fragili confini che lo attraversano con il Mali
il Niger e il Ciad. Dopo il vertice della scorsa settimana a Parigi appare chiaro che la promessa di bloccare il traffico di persone nel Sahara è la prova di buona volontà che l’Europa vuole ottenere prima di procedere alla concessione di finanziamenti europei) per la ricostruzione in Libia.

I 60 capi tribù e sindaci libici che ha incontrato il Ministro Minniti gli hanno fatto presente che l’aiuto da portare alle persone bloccate lungo la rotta verso la costa non deve dimenticare le necessità dei residenti impoveriti da anni di guerra… per loro di alternativo ci sarebbe solo il traffico di armi e la droga. Molto meglio per tutti investimenti e progetti duraturi dall’Europa. E meglio anche per le aziende europee: sostituire con nuovi hot spot gli attuali centri di detenzione lungo la rotta del Sahara potrebbe divenire un’opportunità economica per le ditte che li costruiranno.

Do ut des.

Mentre a Tripoli si dice che gli 007 italiani stiano pagando i trafficanti per tenere fermi i barconi sulle spiagge Serraji in luglio ha firmato un nuovo accordo con l’Italia che permette alle navi militari del nostro Paese di entrare nelle acque territoriali libiche e respingere i migranti, senza nessuna preventiva identificazione.

Durante un dibattito tenuto alla Versiliana lo scorso 2 settembre a Minniti sono state poste queste domande:

“Ora che gli sbarchi sono calati in modo drastico, qual è la sorte dei migranti e in quali condizioni vengono costretti dalle autorità libiche?”

“L’Italia prima e l’Europa poi, quale controllo hanno sulle loro condizioni di detenzione?”

Il Ministro ha risposto così: “So che la Libia è strutturalmente instabile e che bisogna affrontare il tema dei diritti umani in quelle aree… non fatemi così stupido”.

Già, ma il piano del Viminale prevede il rafforzamento di governi africani nella gestione dei flussi ma non quello del loro Stato di diritto: il rispetto dei diritti umani viene citato, ma sempre in relazione alla sola gestione dei flussi.

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