Sciocchezze populiste e l’Afghanistan alle porte di casa

Maurizio Caserta, Aldo Premoli. Nel deserto del Sinai all’inizio degli anni ’80 esisteva una sola pista di atterraggio. Il cuore di una base Mfo (Multinational Force Observation) in realtà controllata in tutto e per tutto dagli Usa. A questa base, dopo il conflitto arabo-israeliano del 1967 era assegnato un compito: resistere per 48 ore in caso di attacco, il tempo ritenuto utile alla macchina da guerra statunitense per scaricare su quella striscia di asfalto tutta la sua potenza bellica.

I nemici? La coalizione araba che aveva minacciato Israele sin dal suo insediamento e un giovane Gheddafi capace di lanciare insulti via etere a 360 gradi, esattamente come fa ora il giovane leader nord coreano Kim Jong-un. Poi le cose sono andate migliorando. O così è sembrato. Il leader libico è invecchiato, i rapporti tra Israele ed Egitto sono migliorati e gli americani hanno smobilitato non ritenendo più questo luogo così strategico.

Una vera pacchia per le agenzie turitiche che da quel momento su quella pista hanno cominciato a vomitare centinaia di charter carichi di turisti, per lo più ignari di dove si stessero andando a infilare. Sulla costa del Mar Rosso sono sorte costruzioni sempre più aliene dal deserto retrostante, da chi lo abitava e dal mare antistante, che come ogni eco-sistema avrebbe richiesto un po’ di rispetto.

Sempre più turisti in arrivo da ogni parte d’Europa, sempre più “organizzati”, sempre più isolati dalle culture del luogo che li ospitava, quella araba e quella beduina proprie della regione. Per anni è andata avanti così: signorine in bikini, ragazzi con costosissime attrezzature subacquee, famigliole quasi-abbienti da una parte, camerieri e personale delle pulizie musulmani dall’altra. Il Sinai non è un grande deserto, poco meno grande di Lombardia, Piemonte e Veneto messi insieme. Dall’aeroporto di Sharm-el Sheik, la sua estrema punta Sud, al Monte Sinai (quello dove secondo la leggenda Mosè ricevette le Tavole della legge) ci sono circa 100 km in linea d’aria. Da lì per raggiungere il Canale di Suez altri 328 attraverso una strada parecchio tortuosa. Da Suez all’aeroporto del Cairo altri 179. Il Sinai è un deserto relativamente facile, circondato da un mare lussureggiante di coralli e pesci tropicali; è perfetto per qualsiasi tipo di turismo.

Poi è arrivato lo shock. Il23 luglio 2005 a Sharm el-Sheikhpiombano dal mare una serie di terroristi suicidi che fanno 88 vittime tra i bagnanti. In realtà nell’ottobre del 2004, 34 persone (tra cui due ragazze italiane) erano state già uccise a Taba, sempre nel Sinai. Ma niente da fare, le agenzie turistiche fanno di tutto per far scordare al più presto l’accaduto. Sostengono che “sì l’Egitto è un paese sconsigliabile ma il Sinai… da parecchio tempo è ormai ben protetto”.

Ora però l’attività terroristica è ripresa in maniera intensa e sotto nuova forma: e dopo l’attentato di ieri, anche quantitativamente enorme, la situazione non è più ignorabile. El-Arish sta a 231 chilometri da Suez: e lì 235 musulmani Sufi (non Sunniti) raccolti in preghiera sono stati sterminati con bombe disposte in anticipo all’interno della Moschea, seguite da raffiche sui fuggitivi. Oltre 100 i feriti. Un’azione di guerra ben comminata con un obbiettivo facile e poco difeso: non cristiani copti o sciiti questa volta, ma una setta musulmana rea forse di essere per sua natura pacifista.

El-Arish oltre che vicinissima alla costa mediterranea sta 53 km a est dal confine con Israele e la striscia di Gaza, uno dei luoghi più tormentati del mondo dove quasi 2 milioni di palestinesi vivono un campo di prigionia a cielo aperto da decenni. E poco più là ci sono la Giordania, il Libano, la Siria, l’Irak… capire chi ha colpito a El-Arish e perché non è certo difficile. I foreign fighters dell’Isis cacciati da Raqqa stanno spostando più a Occidente il loro territorio di scontro (e di sopravvivenza). Hanno colpito sulla stessa costa dove, più a Occidente, sta la Libia, dalla quale continuano a partire gommoni scassati e a morire profughi in mare aperto: tra uomini donne e bambini una sessantina solo la scorsa settimana.

Lo storytelling del ministro degli Interni italiano – Marco Minniti – ci racconta di averla messa in sicurezza quella costa, esattamente quanto tutti (la narrazione piace persino alla più becera tra le destre italiane ed europee) volevamo sentirci dire. La guardia costiera libica attrezzata ed equipaggiata dal nostro esercito è impegnatissima, con le buone ma più spesso con le cattive, a fermare qualsiasi imbarcazione di disperati avventuratisi al largo. E di tanto in tanto a lanciare raffiche di avvertimento verso le navi delle Ong che vorrebbero avvicinarli.

Nella scorsa settimana però gli arrivi sono ricominciati: 79 a Pozzallo, 620 a Messina, 400 a Siracusa. Il leader libico Al Serraji a cui si è affidato l’Occidente, non ha il controllo di tutti territori del suo paese. I campi profughi (in realtà centri di detenzione dove la regola è la violenza, lo stupro e la rapina sistematica operata dai carcerieri su migranti di ogni sesso ed età) che per qualche mese hanno dato l’illusione di uno stop hanno ripreso a tracimare.

Lo storytelling che vogliamo sentirci raccontare ha un suo accattivante slogan. E anche questo è trasversale: lo recitano tutti leader, di tutte le forze dell’arco costituzionale italiano ed europeo: “Aiutiamoli a casa loro”, lontano dagli occhi lontano dal cuore.

Ce ne è solo uno di leader – ma questo non lo ha eletto e non si deve fare rieleggere da nessuno – che ha il coraggio di dire la verità: è il solito Francesco. “Le migrazioni globali continueranno a segnare il nostro futuro” . Punto. Ci piaccia o no, ci faccia paura o meno. L’auspicio deve quindi essere uno e uno solo: occorre lavorare per fare in modo che l’orrenda ideologia propagata dai combattenti sconfitti a Raqqa non si saldi con la disperazione di chi ha raggiunto la costa posta di fronte alle coste siciliane.

Basterebbe solo cominciare a riflettere seriamente sul fatto che le migrazioni sono parte della vicenda umana. Come avviene in tutti i campi di questa vicenda a volte è il dolore che muove, a volte la voglia di fare, a volte la voglia di dire, a volte la fame, a volte il desiderio di cambiamento. Questo Papa dà valore alla vicenda umana. Forse per questo è un leader amato e ascoltato. Non basta ovviamente l’esempio e la capacità persuasiva del Pontefice. Occorre che quella visione, di cui il Papa si fa portatore, venga assorbita a tutti i livelli di governo, dal più basso al più alto. Potrebbero sembrare parole ingenue, di fronte alla crudezza degli interessi economici, di potere e di dominio che sembrerebbero governare il mondo. È invece una delle sfide della modernità, non certo priva di rischi, che richiede apertura e accoglienza. Aiutarli a casa loro può anche essere un obiettivo virtuoso e condivisibile, ma chiude gli occhi sul fatto che forse è cambiato il concetto di casa