La Sicilia. Un supermercato o un nuovo orizzonte politico?

I siciliani che hanno “comprato” il nuovo governo regionale (poco più del 18 per cento degli aventi diritto, ossia il 39,8 per cento del totale dei consensi espressi, equivalenti al 46,76 per cento dei siciliani adulti) aspettano fiduciosi di vedere i risultati delle sue prime azioni. Altri, forse meno fiduciosi, sono pure in attesa. E osservano nel frattempo come evolve l’offerta politica nazionale.

L’esito delle elezioni siciliane ha certamente rafforzato la coalizione di centrodestra, che adesso si aspetta di conquistare pure il governo del paese. Così come il Movimento 5 stelle – che ha mancato la vittoria di poco – ne trae motivo d’incoraggiamento per le imminenti elezioni nazionali, pur avendo ricevuto solo il 16,2 per cento di consensi tra gli aventi diritto.

I numeri riportati qui sopra non mettono in discussione la legittimità del risultato uscito dalle urne (anche se alcuni elementi di scarsa limpidezza vi sono stati), ma pongono una questione politica importante. Se il 53 per cento dei siciliani adulti decide di non votare per il governo e per il parlamento della propria regione, tra l’altro dotata di un’amplissima autonomia, sembra inevitabile osservare che l’offerta politica disponibile non sia chiara né completa. A supporto di questa osservazione va ricordato che era già presente in Sicilia una quarta forza, che proprio in questi giorni sta emergendo a livello nazionale, ossia una sinistra direttamente concorrenziale con il Pd. Malgrado ciò, ossia malgrado la presenza di tutte le posizioni presenti nello spettro politico nazionale, l’astensione si è rivelata preoccupante. Se è vero che nelle elezioni politiche nazionali l’astensione non è mai stata così ampia come accaduto questa volta sull’isola, è anche vero che non ha mai smesso di crescere nel tempo.

Buona parte degli elettori italiani, e la maggioranza degli elettori siciliani, sono dunque paragonabili a clienti che entrano in un supermercato per comprare qualcosa di cui hanno bisogno, ma escono senza aver fatto acquisti perché non hanno trovato nulla che faccia al caso loro.

Esiste dunque un’area d’insoddisfazione che va studiata, e possibilmente ridimensionata. Non trovare nell’offerta politica esistente quella adatta a sé riduce la capacità di ognuno di noi di incidere sulle scelte collettive e, in ultima analisi, riduce l’intensità democratica dell’intero paese.

Le riforme elettorali che si sono susseguite nel tempo hanno cercato di affrontare la questione della rappresentatività, ossia della capacità del sistema politico ed elettorale di dar conto della ricchezza delle posizioni e delle istanze esistenti, ma evidentemente non hanno sempre offerto una soluzione soddisfacente. L’ultima di queste riforme in ordine di tempo ha introdotto una forte componente proporzionale (pari a circa due terzi di chi siederà in parlamento) con una soglia di sbarramento al 3 per cento. Ma non è affatto chiaro se questa legge, una volta applicata, riuscirà ad articolare l’offerta politica in maniera più rispettosa delle diverse posizioni esistenti nel paese.

Un cattivo assortimento dell’offerta politica può derivare, infatti, non solo dall’incompleta rappresentazione delle preferenze, ma anche da un’inadeguata aggregazione delle singole offerte politiche. Non è detto che un insieme di istanze che gli elettori ritengono tra loro connesse, e quindi inseparabili, si ritrovi per intero in una singola offerta politica.

Un esempio. A destra come a sinistra ci sono sostenitori dell’Euro come moneta unica, ma ciò non significa che la loro visione sia la stessa sulle questioni legate alle migrazioni in atto. Tutt’altro.

Se dunque queste istanze si presentano separate, alcune incorporate in un’offerta politica e alcune in un’altra, l’elettore potrebbe avere difficoltà a votare sia l’una sia l’altra delle parti proponenti.

Molti analisti politici si stanno esercitando a immaginare possibili aggregazioni tra coalizioni o tra pezzi di coalizioni che incorporano istanze diverse tra loro. È ragionevole prevedere però che nessuna forza politica si legherà le mani con dichiarazioni nette prima di conoscere il risultato delle urne. Ma così facendo nessun prodotto diverso da quelli già esistenti sarà a disposizione sugli scaffali del supermercato della politica.

Né costituisce una soluzione attraente l’idea di aggregazioni che nasceranno dopo le elezioni. Ciò implica un eccesso di paternalismo nei confronti degli elettori, che comunque resteranno lontano dai seggi elettorali.

Visto così sembra, dunque, che qualsiasi esercizio di scomposizione e ricomposizione dell’offerta politica si riduca a semplice, e inutile, esercizio accademico. Ma è veramente così? Qualche spunto viene, ancora una volta, dalla Sicilia e dalle sue ultime elezioni regionali. Delle nove liste che in questa occasione hanno superato il quorum del 5 per cento, solo tre hanno varcato la soglia del 10 per cento (M5s, Fi e Pd). Le restanti si sono attestate tra il 5 e il 7 per cento e sono tutte il risultato di aggregazioni, spesso piuttosto ardite.

I Cento Passi di Claudio Fava nascono come aggregazione, e come aggregazione sono nate la stessa Diventerà Bellissima di Nello Musumeci e IdeaSicilia (con autonomisti e popolari) collocata in una posizione più centrale.

Se è vero che la motivazione principale di ogni aggregazione tentata è stata il raggiungimento del quorum, non possiamo negare che in qualche caso anche l’affinità politica e il progetto hanno contato. In qualche modo si è fatta dunque della sperimentazione politica.

Ciò, come già ricordato, non ha portato più elettori a esprimersi con il voto, ma costituisce in ogni caso uno spunto interessante. È come se in Sicilia si fosse tentato di esporre sugli scaffali del supermercato politico, oltre ai tradizionali prodotti “di marca”, anche qualche cosa di nuovo per sondare le reazioni degli elettori/consumatori.

Tra i nuovi “prodotti” – e questo è forse l’elemento più interessante – alcuni hanno sottolineato il loro carattere civico (Diventerà bellissima da una parte e Cento Passi dall’altra) senza tuttavia rinunciare a qualche grande riferimento politico-culturale.

L’orizzonte è tutt’altro che limpido, lo sfondamento presso l’elettorato non è avvenuto, ma pure qualcosa di “non masticato” si è incominciato a intravedere. L’esperimento siciliano ha dunque un suo perché, che va ben oltre ogni meccanica trasposizione di schieramenti a livello nazionale.