Sulle missioni estere Gentiloni non è Cavour, come non lo furono Berlusconi e D’Alema

Per il primo giorno dell’anno 2018 Francesco I ha suggerito come tema per la 51esima Marcia della Pace il seguente: Migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di Pace.

Ma l’annuncio del premier Paolo Gentiloni a Roma a proposito dell’imminente intervento in Niger di un contingente italiano e una mostra al Musée de l’armée di Parigi parlano d’altro. E suggeriscono di non perdere di vista quello che sta accadendo sulle coste africane che si affacciano sullo Stretto di Sicilia e ancora più a sud, nel Sahel dove transita la pipeline dei migranti che raggiungono le nostre coste.

Dans la peau d’un soldat al Musèe de l’Armée non è una mostra come tante altre. Gli spazi che gli sono stati dedicati e il numero degli oggetti esposti (circa 300) non ne fanno un’esposizione di grandi proporzioni. Il percorso presenta le dotazioni pensate per consentire al soldato di compiere missioni, sopravvivere e godere di un relativo benessere sul terreno. La mostra è suddivisa in sezioni che rispecchiano le attività che un militare può sviluppare nell’arco di 24 ore. Dal risveglio alla sua possibile morte.

EDOUARD ELIAS
​È una mostra propedeutica, che avvicina al mondo dei combattenti, è una mostra istituzionale e certamente celebrativa della tradizione guerriera dell’Armée francaise, legione straniera inclusa. Lo scopo lo raggiunge: è molto visitata, da uomini, donne e intere famiglie.

Terminata la visita però è impossibile non chiedersi che cosa è accaduto in questi ultimi anni, che cosa sta accadendo al nostro continente. Parigi oggi non è più sola in Africa. E l’esercito italiano in Niger si affiancherà a quello statunitense, inglese e proprio all’Armée, determinata a conservare un ruolo forte in quella che è da sempre una delle sue sfere d’influenza in Africa.

In un recente, informatissimo e dettagliato post apparso su HuffPost, Marco Perduca ha fatto il punto della situazione. Da quanto apprendiamo, attualmente il traffico di migranti si affianca in Niger al più grande giacimento di uranio del mondo conteso da Francia e Cina, mentre ex-combattenti del sedicente stato islamico in rotta, armi provenienti dalla Libia e cocaina colombiana dal confinante Benin si incrociano senza grande disturbo da parte delle autorità. A tutto ciò si aggiunge una nutrita presenza di velivoli americani che l’amministrazione Trump, esattamente come la precedente di Obama, utilizza qui come nel resto del mondo per attuare una politica di contenimento e attacco a gruppi legati a Daesh e Al-Qaida.

La chiusa di Perduca però non è convincente come tutto il resto del testo. Perduca paragona Paolo Gentiloni a Cavour che volle sedersi al tavolo dei vincitore inviando uno striminzito contingente militare nel bel mezzo della Guerra di Crimea (1853-6). Attribuendogli così una “volontà di potenza” che davvero non gli si addice.

Ci piaccia o meno, il nostro paese fa parte di una comunità internazionale che impone degli obblighi a ognuno dei suoi appartenenti: in questa comunità il ruolo che svolgiamo non è quello di leader, né di avanguardie belligeranti. In passato non c’è stata – e non ci poteva essere come i fatti hanno dimostrato – coalizione governativa che abbia derogato a tutto ciò. Non lo hanno fatto i governi presieduti da Berlusconi (Afghanistan, Iraq, Libia), né quello di Massimo D’alema (Kosovo),

L’esercito italiano è attualmente impegnato con 7.600 uomini, 1.300 mezzi terrestri, 54 mezzi aerei e 13 navali in decine di missioni attive in 22 paesi, tra il Mar Mediterraneo e l’Oceano Indiano. Numeri che appaiono rilevanti solo se non sono messi a confronto con l’impegno degli altri nostri partner che è straordinariamente più intenso per uomini e mezzi impiegati. Alle nostre forze armate tutto si può imputare tranne il fatto di essere bulimiche e ben attrezzate per ogni tipo di intervento.

Paolo Gentiloni in realtà fa buon viso a doveri da cui non può derogare, descrivendo come “umanitario” nei confronti dei migranti il nuovo impegno italiano. L’attenzione e il contrasto lungo le rotte battute dai commercianti di uomini (ex-combattenti in rotta o nuovi mercanti negrieri) certamente esiste. Personalmente siamo disposti a credere che siano prioritari rispetto al nodo di interessi commerciali e geopolitici occidentali (e cinesi). Le strategie d’attacco Usa e la tradizione dell’Armée in Africa ha ben poco a che vedere con quella della Repubblica italiana nata nel 1948.

NATO
In verità il nostro paese sconta uno squilibrio di fondo. È uno dei grandi paesi del mondo, ma contribuisce relativamente poco alla sicurezza mondiale. In termini pro-capite, spende in difesa meno di tutti i paesi del G7 (con l’esclusione del Giappone). Poiché non trae vantaggi dalla sicurezza mondiale meno degli altri, si può dire che il nostro paese si comporta da free-rider, ossia come chi gode di un servizio ma non lo paga o lo paga solo in parte.

Dando per scontato che la comunità internazionale non lascerà che l’Italia faccia il free-rider senza pagare un prezzo, come si può interpretare una situazione di questo tipo? In uno di questi due modi: a) l’Italia contribuisce alla sicurezza in modi diversi da quelli della spesa in difesa; b) l’Italia non partecipa alle decisioni strategiche e si accoda a quelle prese altrove. Non sembra che ci sia una terza possibilità.