Migranti: la politica del «non fare»

MILENA GABANELLI. L’Italia è un paese geograficamente esposto e non riuscirà mai bloccare le migrazioni. Può rallentarle, e lo stiamo facendo, ma è una partita che si gioca in Europa e su più tavoli. Come gestire l’accoglienza di chi è già qui e di coloro che continueranno, a ondate, a sbarcare, dipende invece solo da noi.
I migranti oggi sono puro business
Abbiamo 7.500 centri di accoglienza temporanea (Cas), 15 centri governativi (exCara), 652 centri Sprar, 4 hot spot. Oggi ospitano complessivamente 183.000 migranti. Quando non bastano si invoca l’aiuto delle parrocchie, e si allestiscono tende. Sta di fatto che sempre più spesso li vedi dormire nei sottopassi, sotto i portici, nelle stazioni. La gestione è affidata dai prefetti a consorzi, cooperative, associazioni. Sono pagati per fare corsi di lingua, ma li fanno in tre; corsi di formazione che sono perlopiù sulla carta; di educazione alle regole europee invece se ne parla solo. Cosa «integri» se non capisci la lingua? Salvo rarissime eccezioni, gli immigrati sono puro business privato. Il risultato è che finiscono nel giro di caporalato, nei parcheggi o per strada a vendere calzini, o, peggio, nel giro dello spaccio. È un fenomeno ormai strutturale che non è gestito, e per farlo lo Stato deve prendersi in mano l’intera filiera dell’accoglienza, e utilizzare le associazioni solo per un lavoro di supporto.

Lo spreco degli affitti

L’ex caserma Serini di Montichiari, che dovrebbe diventare un centro di accoglienza per i profughi
L’ex caserma Serini di Montichiari, che dovrebbe diventare un centro di accoglienza per i profughi
Invece di pagare 1 miliardo e 100 l’anno in affitti di alberghi e strutture varie, utilizziamo tutti gli spazi pubblici dismessi: dagli ex ospedali, ai resort sequestrati alle mafie e soprattutto le ex caserme: ne abbiamo centinaia, dalla Sicilia al Friuli, alcune sono agibili da subito e altre le sistemi con procedure d’urgenza. Sono spazi enormi, dove ci puoi fare tutto, dall’alloggio agli asili per i bambini, le aule per corsi di lingua e formazione per 8 ore al giorno, con obbligo di frequenza. In questi luoghi la permanenza deve essere di 6 mesi, dove esci identificato, con uno status e un curriculum in mano: dal titolo di studio a quale mestiere sai fare. E solo a quel punto i migranti che hanno diritto all’asilo vengono rilocati in piccoli gruppi nei comuni sparsi sul territorio: i famosi Sprar.

Un modello d’accoglienza che crea lavoro
Per fare tutto questo occorre assumere a tempo pieno 22.000 professionisti, fra insegnanti, formatori, psicologi, medici, personale dedicato all’identificazione. Un modello che oltre a mettere le basi per una vera integrazione, crea lavoro anche per noi; e la popolazione avrà la percezione di un maggiore controllo perché vede che c’è un progetto.

Quanto costa un progetto serio?
I costi sono anche stati stimati e sottoposti dalla sottoscritta, insieme all’idea complessiva, al Commissario europeo per le migrazioni Dimitris Avramopoulos. Alla domanda: «L’Europa potrebbe finanziare un progetto di questa portata?». La risposta del Commissario è stata: «Se l’Italia mettesse in piedi un piano nazionale complessivo, e il governo lo facesse suo presentandolo agli organi europei competenti, sarebbe senz’altro recepito positivamente. I soldi ci sono». Tutto questo è stato trasmesso due anni fa all’interno di una puntata di Report. Peccato che nessun esponente politico, di nessun partito, lo abbia mai preso sul serio.

Il tema spinoso sono i migranti economici
Il tema più complicato riguarda quel 60% di migranti che non rientra nella categoria dei richiedenti asilo. Oggi ci vogliono due anni per identificarli, nel frattempo i migranti spariscono, insieme ad un numero altissimo di minori non accompagnati (abbiamo la migliore legge del mondo per tutelarli, ma non ha copertura e, così, succede che negli ultimi 3 anni ne sono sbarcati 64.000, ma presenti sul territorio a luglio scorso erano solo 17.864: che fine hanno fatto?). Se ci fosse personale qualificato dedicato all’identificazione, si potrebbe stabilire in 6 mesi chi deve restare e chi no. La partita dei rimpatri si contratta attraverso accordi con i paesi d’origine, ma sono difficili e molto onerosi. Potremmo affrontare la questione inserendo le quote, anche temporanee, in modo da trasformare una “calamità” in una “opportunità” più regolata, sicura, e civile. Abbiamo bisogno di badanti, muratori, di chi va a raccogliere pomodori, uva, mele. È meglio che siano clandestini sottopagati, o lavoratori regolari?

Un Paese civile si comporterebbe diversamente
I timori dei cittadini, che vedono aumentare il degrado in molti quartieri periferici dove vivono, non vanno ignorati: bisogna mettersi nei loro panni e rassicurarli, governando il fenomeno con una visione pragmatica e realistica. La politica di un Paese civile si compatta su questo, senza dividersi fra quelli che si mettono la mano sul cuore e quelli che la mettono alla fondina. Perché alla fine l’unico risultato che rischiano di produrre è l’instabilità sociale.

http://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/migranti-politica-non-fare/58eac1a6-102d-11e8-a9ce-f6fed5e23abc-va.shtml