In medio stat virtus. Poche idee chiare e molte operazioni sottobanco

Maurizio Caserta, Aldo Premoli. Che la virtù stia nel mezzo è spesso discutibile. Se a uno piace la danza e a un altro il calcio, non è necessariamente vero che una combinazione di danza e calcio sia per entrambi meglio della scelta originaria. Allo stesso modo, se uno è liberale e l’altro socialista, è improbabile che entrambi preferiscano un misto di liberalismo e socialismo. Insomma, se uno ha le idee chiare non sarà disponibile ad annacquare le sue idee con qualcos’altro. Appunto, se ha le idee chiare.

Questa breve introduzione sembra ben fotografare lo stato della politica italiana. Dove nessuno ha le idee chiare. Infatti, gridare “fuori gli immigrati, prima gli italiani” oppure “via le tasse universitarie, spazio alla patrimoniale” non equivale ad avere le idee chiare, ma solo a dar prova di voce stentorea. Infatti, mentre si lanciano i propri slogan si discute di alleanze.

Non è un grave peccato non avere le idee chiare. Così come succede nella vita di ognuno di noi, anche nella vita di un partito o di un movimento è possibile non avere le idee chiare su cosa fare. Le ragioni possono essere tante. La qualità delle persone impegnate a elaborare le politiche necessarie oppure il particolare momento storico di trasformazione, che impedisce di vedere che cosa è veramente necessario per guidare una società.

Se il momento storico che viviamo è uno di questi, ossia un momento in cui non è chiaro a nessuno quali sono le strade da prendere, è possibile che la virtù torni a stare nel mezzo. Se non sono sicuro che mi piaccia la danza o il calcio, forse è bene che le segua entrambe per un po’ prima di fare una scelta precisa.

Se non c’è un’idea forte di società, e di un suo governo, seria, coerente e sostenibile, forse è bene presentare il proprio pezzo (o pezzetto) di interesse e portarlo al tavolo della negoziazione. Se manca una proposta “naturalmente” maggioritaria, la maggioranza va cercata successivamente, componendo un quadro coerente di interessi che nel frattempo, attraverso le elezioni, sono stati pesati. Nulla esclude poi che, proprio stando nel mezzo e con una visuale più ampia, si riescano a comporre quadri più coerenti da portare all’attenzione degli elettori negli anni successivi.

Una politica media, equilibrata e saggia è ciò che serve al nostro paese e alle sue realtà locali. Ma quella media va calcolata seriamente, senza furbizie e inganni. La media è per sua natura aperta: deve accogliere e dar conto di tutti.

L’Italia è un grande paese; deve assumersi responsabilità anche gravi. Deve occuparsi degli italiani, ma anche degli africani. Deve restare ben salda in Europa e guardare con interesse verso est. Deve occuparsi del Nord e del Sud. Deve lasciare che si formino idee nuove e nuove culture.

Da qui, forse tra qualche anno, potranno emergere nuove proposte all’altezza dei tempi che, per la forza che manifestano potranno aspirare a una vera vocazione maggioritaria: quel che adesso sembra proprio mancare.

È la vecchia diatriba tra rappresentatività e governabilità. E quindi tra sistemi proporzionali e sistemi maggioritari. Al momento non esiste una proposta di governo all’altezza dei tempi. Ossia non c’è una proposta naturalmente maggioritaria. Sarebbe il momento di dare spazio a una ampia rappresentanza. La vocazione proporzionale del nostro nuovo sistema elettorale sembra quindi adatta ai tempi. Di fronte a un ampio spettro di interessi, la composizione che ne risulta sarà sicuramente la migliore.

La Sicilia, a prescindere dal sistema elettorale adottato per gli organi regionali, non ha mai manifestato una vocazione maggioritaria. In Parlamento si sono sempre composte e ricomposte maggioranze. Il tavolo delle contrattazioni è sempre aperto. Ma è come se si fosse sempre operato sotto il tavolo, mai sopra.

Ossia non si è mai data a quella contrattazione la dignità di una vera operazione politica. Invece questa operazione va fatta, anche a partire dalle prossime tornate amministrative. Si potrà pure dire che si tratta di una operazione civica. Ma è una chiara opzione politica. Così come non esiste un’idea di governo del paese, non esiste neanche un’idea di governo della regione e delle città.

Un tavolo delle contrattazioni alla luce del sole sarebbe una rivoluzionaria idea di governo. Permetterebbe di elaborare davvero una proposta di governo. Sarebbe una proposta “media” nel senso chiarito prima.

In Sicilia lo spazio politico “medio” è sempre stato ben presidiato. Ma sotto il tavolo e con una notevole dose di ipocrisia. Quello spazio va bonificato e rilanciato. Con una proposta forte di governo virtuoso, perché medio, a partire proprio dalle città.

Le elezioni politiche del 4 marzo sono alle porte e i partiti sembrano per nulla intenzionati a uscire allo scoperto sulle Amministrative che si svolgeranno immediatamente a seguire. Tutto paralizzato in attesa dei risultati delle prime? Tra la fine di maggio e l’inizio del prossimo giugno 137 comunità dell’isola saranno chiamate a esprimersi e le candidature più o meno spontanee cominciano a fiorire.

A Catania, la più grande tra quelle chiamate alle urne ma anche in tutte le altre le operazioni sotto il tavolo sono già in movimento. Frenetico.

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