La prossima guerra e il confronto nucleare

Aldo Premoli. La ragione principale per cui le tre grandi potenze contemporanee (Usa, Cina e Russia) hanno cercato di raggiungere i loro obiettivi evitando una guerra diretta è rimasta sino ad oggi la minaccia nucleare. Ma ciò non significa che l”equilibrio del terrore” che ha caratterizzato gli ultimi 70 anni debba rimanere il medesimo in eterno.

Lo scorso 2 febbraio il Pentagono ha presentato la Nuclear Posture Review (NPR) dove vengono illustrate le linee della sua nuova strategia per gli armamenti nucleari. Si tratta di un nuovo programma di riarmo, che di fatto, pone fine agli sforzi dell’era Obama per ridurre le dimensioni e la portata dell’arsenale statunitense e per minimizzare il ruolo delle armi nucleari nella pianificazione della difesa. La dottrina di Trump sulle armi nucleari è in linea con le sue promesse pre-elettorali: “Costruire un arsenale nucleare così forte e potente da scoraggiare qualsiasi atto di aggressione”. La nuova politica del Pentagono delinea anche piani a lungo termine per ripristinare missili da crociera lanciato da sottomarini nucleari il Submarine-Launched Cruise Missile (SLCM o “slick-em”), che l’amministrazione del presidente George H.W. Bush, a suo tempo, smise di schierare e di cui l’amministrazione Obama, ordinò perfino la rimozione dall’arsenale.

Ecco dunque affacciarsi la nuova triade nucleare: nuovi bombardieri, sottomarini e missili balistici intercontinentali, oltre a un nuovo missile da crociera per i bombardieri. Costo stimato circa 1,2 trilioni di dollari in 30 anni.

Russia e America stanno modernizzando i loro arsenali nucleari e la Cina li sta ampliando.

La guerra contro la Corea del Nord è alle porte? Una seconda (che sarebbe molto più devastante) per impedire all’Iran di raggiungere l’autonomia nucleare è già contemplata dal Pentagono? Sono prospettive che tuttavia impallidiscono di fronte a quello che potrebbe accadere in un conflitto in piena regola tra l’Occidente e la Russia o la Cina, persino se questo non si trasformasse in uno scambio di testate nucleari.

Gli Stati Uniti da oltre un decennio lavorano a un programma noto come Global Prompt Global Strike (CPGS). Il programma prevede la realizzazione di missili ad altissimo grado di precisione, dotati di una testata convenzionale ma capaci di spostarsi a velocità almeno cinque volte più veloci di quella del suono perforando lo spazio aereo anche più densamente difeso. Possibili missioni includono: il contrasto alle armi anti-satellite; il targeting di centrali di comando e controllo delle reti informatiche nemiche; attacchi ad impianti nucleari o eliminazione “chirurgica” di leader terroristi. Russia e Cina hanno più volte sostenuto che il CPGS è altamente destabilizzante per l’attuale equilibrio mondiale. E appaiono determinate a modificare l’ordine mondiale elaborato dall’Occidente che ritengono non conforme ai loro legittimi interessi.

In cosa differiscono? La Cina è in ascesa e si considera almeno uguale all’America, se non a lungo termine destinata a divenire superiore. La Russia, dal punto di vista demografico ed economico, è un potere in declino.

Il suo presidente Vladimir Putin, vuole riacquistare almeno una parte del prestigio perso dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Putin è convinto che l’espansione verso est dell’Unione europea e della NATO abbiano messo a repentaglio la sicurezza della Russia. Le forze armate russe effettuano frequenti esercitazioni su larga scala e – stando agli analisti – sarebbero in grado di condurre una guerra ad alta intensità in breve tempo contro le forze della NATO; i caccia russi testano spesso le difese aeree europee e altrettanto spesso ronzano intorno alle navi della NATO nel Mar Baltico e nel Mar Nero.

RAND Corporation, una think-tank statunitense finanziata dal Ministro della Difesa americana già dal 2015 ha concluso che di fronte a un attacco russo” la NATO non sarebbe in grado di difendere il territorio dei suoi membri più esposti”. Se ciò dovesse accadere, i leader politici della NATO si troverebbero davanti a 3 opzioni, tutte pericolosissime: lanciare una controffensiva esponendosi al rischio di una escalation; esacerbare il conflitto stesso minacciando obiettivi interni alla ​​Russia; o trattare la resa, con conseguenze disastrose per l’alleanza.

Il sostegno dell’opinione pubblica alla prima e alla seconda opzione sarebbe assai fragile in Paesi come i nostri che non contemplano – da almeno due generazioni – l’idea di un conflitto sul proprio territorio. Vladimir Putin ritiene al contrario, e probabilmente correttamente, di avere una tolleranza al rischio molto più elevata tra suoi concittadini. Un’amministrazione americana poco attenta ai problemi NATO avrebbe potuto indurlo a tentare la sortita, specialmente di fronte a un’economia sempre più debole come quella russa foriera di problemi crescenti in casa.

Questo sino a ieri. Ma sebbene nella Nuclear Posture Review presentata dal Pentagono si parli di anche di Cina, Corea del Nord e Iran, è soprattutto verso la Russia che si rivolgono direttamente accuse e minacce, si legge infatti: ” La Russia ha aumentato significativamente le capacità delle sue forze non-nucleari, proiettando il suo potere nelle regioni a lei adiacenti, ha violato gli obblighi dei trattati multipli e altri importanti impegni. Ciò che più preoccupa sono le sue politiche, strategie e dottrine di sicurezza nazionale, che danno enfasi alla minaccia di un’escalation nucleare limitata, e il suo continuo sviluppo e messa in campo di capacità nucleari sempre più diversificate e in espansione. Mosca minaccia ed esercita il primo uso limitato del nucleare, con l’errata aspettativa che le minacce nucleari coercitive o il primo uso limitato possano paralizzare gli Stati Uniti e la NATO e porre così fine a un conflitto a condizioni favorevoli alla Russia”.

L’avvertimento americano è palese: “La Russia deve capire che con un primo utilizzo del nucleare, seppur limitato, non riuscirà a raggiungere i suoi obiettivi, ma altererà fondamentalmente la natura del conflitto e innescherà costi incalcolabili e intollerabili per Mosca”.
L’aspetto inquietante del nuovo documento elaborato dal Pentagono è che per aumentare la deterrenza contro la Russia gli Stati Uniti da questo momento attribuiscono all’uso delle bombe atomiche, seppur a basso potenziale, un ruolo non più strategico, ma “tattico”: il nucleare divine così più versatile, utilizzabile anche in conflitti regionali dove, secondo i parametri di Washington, la Russia sfiderebbe gli interessi degli USA e dei loro alleati. L’appellativo di “low-yeld neukes” dato alle testate atomiche che possono essere lanciate dai sottomarini americani è un temibile eufemismo. Si tratta in realtà di armi che possono provocare distruzioni pari a quelle dei bombardamenti di Hiroshma e Nagasaky.

Qualcuno ricorderà che prima della partenza per il suo viaggio in America Latina Papa Francesco ha distribuito un’ “immaginetta” ai giornalisti che lo accompagnavano all’aereo: era l’immagine di un bambino con il fratellino morto sulle spalle in attesa di seppellirlo dopo l’olocausto di Nagasaki. Dio non voglia che i timori di questo papa visionario ma anche attento sociologo si realizzino!

Affrontiamo ora l’ipotesi di un possibile confronto tra Cina e Stati Uniti.

Sebbene la Cina e l’America non abbiano un’agenda internazionale condivisa, la visione lungimirante dei leader cinesi, e dei presidenti americani sino ad ora ha prevalso. Questi ultimi (forse tranne Trump) hanno cercato di coinvolgere la Cina a giocare un ruolo internazionale pieno e responsabile.

Come altri paesi sviluppati, la Cina ha tassi di natalità molto bassi e una classe media di crescente dimensione composta da individui che definiscono il loro successo personale dal possesso dell’ultimo smartphone o della nuova auto che stanno per ricevere in consegna.

La Cina è innervosita dalla operazioni che la Settima flotta statunitense conduce da decenni nel Mar Cinese Meridionale. Da parte sua, sta pianificando di sviluppare missili anti-nave a lungo raggio e una flotta sempre più potente in grado di spingere la US Navy oltre la “prima catena di isole” (vedi mappa). In questo senso la Cina ha già fatto molti progressi e di fronte a una crisi di Taiwan come quella occorsa nel 1996 l’America si troverebbe in grossa difficoltà a schierare portaerei nello Stretto come fece allora.

Sono questi elementi di tensione che a ricaduta – o a risalita – coinvolgono l’intero sistema di alleanze presente. Se il primo ministro giapponese Shinzo Abe riuscirà nella sua ambizione di cambiare la costituzione pacifista del paese, la marina giapponese potrebbe aumentare le sue capacità schierandosi apertamente a fianco della sua controparte americana. Diversamente altri attuali alleati Usa meno potenti come Vietnam, Filippine, Malesia e Indonesia potrebbero concludere che piegarsi al potere militare ed economico cinese sia più sicuro che sperare in un’America (in declino) pronta a combatterebbe per loro.

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