Gursky, maestro narratore senza narrativa

Aldo Premoli, Maurizio Caserta.  La Hayward Gallery di Londra nel gennaio scorso ha riaperto i battenti con una grande retrospettiva dedicata la lavoro del fotografo Andreas Gursky. Il tedesco è tra l’altro stato sino a pochi giorni fa – quando una piccolo bianco e nero di Man Ray l’ha superato – il recordman assoluto per la vendita di una singola fotografia venduta da Christie’s nel 2011 per 4,3 milioni di dollari.

Scattata nel 1999 e rimasterizzata nel 2015 The Rhein II appartiene a un set di sei scattato che ritraggono il fiume Reno: nell’immagine il fiume scorre orizzontale, tra due campi verdi, sotto ad un cielo coperto. L’immagine è stata modificata digitalmente: sono stati eliminati dettagli come fabbriche e persone con cani.

Gursky ha prodotto una stampa cromogenica di 190 cm x 360 cm e poi l’ha incorniciata portandola a misurare 210 cm x 380 cm. Andreas Gursky è conosciuto proprio per le enormi dimensioni delle sue immagini fotografiche, che ritraggono luoghi emblematici della vita contemporanea e scene dell’economia globale.

Artista e un po’ filosofo il fotografo di Dusserdolf è certamente dotato di un ego straordinario, che però contiene in modi pacati: Gursky è senza dubbio uno dei 5 fotografi viventi più significativi del nostro tempo. Spinto da un interesse per “il modo in cui il mondo è costituito” e da una bulimica “pura gioia del vedere”, Gursky realizza fotografie che sono soprattutto riflessioni sulla natura di cui si è impossessata una strana specie di mammiferi che noi chiamiamo esseri umani.

Il suo lavoro spinge la creazione delle immagini ai limiti della percezione. Spesso riprese dal cielo utilizzando gru e talvolta elicotteri o da postazioni lontanissime dal loro oggetto le sue opere si avvalgono di una prospettiva che Gursky definisce “democratica”, che da cioè uguale importanza a tutti gli elementi delle sue scene, sempre altamente dettagliate.

La prospettiva di Gursky non è quella a cui l’occhio occidentale è abituato: non esiste un fuoco dove appoggiare lo sguardo per trovare sostegno nella successiva ricerca dei particolari. “Quello che creo dal punto di vista figurativo è mondo senza gerarchie, in cui gli elementi pittorici sono tutti ugualmente importanti”.

È per questo motivo che in May Day IV(2000) possiamo vedere ogni singolo corpo in movimento tra i centinaia ripresi durante un rave a Dortmund. Ciò che stupisce in questa immagine è il modo in cui tutto è a fuoco: in primo piano, a metà o sullo sfondo, ovunque sono visibili dettagli affascinanti.

In una telefoto scattata al porto in Salerno I (1990), dalle file di nuove auto nuove pronte per l’imbraco ai container delle navi sul lato di sinistra, dai blocchi di appartamenti al paesaggio montagnoso distante e vertiginoso ogni cosa è perfettamente dettagliata legata senza soluzione di continuità: un effetto ottenuto scattando immagini multiple, spesso prese da angoli sfalsati l’uno dall’altro.

La mostra Gursky al SouthBank Centre di Londra allinea sessanta tra le sue fotografie più innovative, scattate a partire dai primi anni ’80: vi appaiono alcune delle immagini rappresentative del suo lavoro come è il caso Paris, Montparnasse (1993). Anche questa è una stampa che colpisce per la scala (210 x 400 cm) e la risoluzione.

Ritrae uno dei più inquietanti edifici costruiti nella capitale francese: un condominio tentacolare con sciami di esercizi commerciali al piano terra e loculi per un genere umano sminuito dalla società dei consumi ai piani superiori. Per costruire questa immagine, Gursky ha scattato due fotografie separate e le ha poi cucite insieme, creando un tratto apparentemente infinito di cemento palpitante di vite individuali.

Più di recente Gursky ha deciso di testare i limiti estremi della fotografia componendo quasi interamente opere in studio, ricreando in digitale spazi e scene che non sono mai esistite: in Review (2015) gli ultimi quattro cancellieri tedeschi Mekel, Khol, Shmidt e Schröder sono ripresi di spalle innanzi a un quadro astratto di Barnett Newman.

È proprio il passaggio al digitale che ha permesso a Gursky di adottare produrre immagini di grande formato e di manipolarle poi in postproduzione a volte esagerando la saturazione del colore o combinando più immagini per ottenere questa prospettiva uniforme, dove è possibile vedere tutto allo stesso tempo e cogliere dettagli che non sono disponibili in una sola ripresa. F1 Pitstop ripresa durante le gare di F1 della stagione 2006-7 ne è un esempio straordinario: è un’immagine popolata da centinaia di esseri umani: dozzine di meccanici intono a due macchine in gara e centinaia di spettori immortalati mentre le fotografano dall’alto.

Le immagini firmate da Gursky sono arrivate al grande pubblico alla fine degli anni ’90 ​​ mentre la globalizzazione stava prendendo piede. Gursky – non si sa quanto consciamente – con le sue fotografie è divenuto il cantore delle multinazionali e dell’esplosione dei mercati finanziari. Gursky ha via via puntato il suo obiettivo sulla la Tokyo Stock exchange (1990) dove sciami di forme umane seguono i loro movimenti ritmici indossando abiti in bianco o in nero.

Poi ha realizzato Chicago, Board of Trade (2009) che appare piuttosto una composizione divisionista: più tardi un hedge fund di Londra ha raccolto quattro o cinque delle sue costosissime immagine per decorare la sua piattaforma commerciale. Ha fotografato incessantemente, aeroporti, fabbriche e zone industriali.

Con Nah Trang (2004) ritrae centinaia di donne in abito da lavoro impegnate a costruire sedie impagliate per Ikea. In Amazon (2016) mostra uno dei magazzini in Arizona del rivenditore online, fornito di libri e scatole e tappezzato di slogan motivazionali che recitano: “Lavora duro”, “Divertiti” e “Crea la storia”. Nelle opere di Gursky prevale l’assenza di narrativa in un equilibrio né critico né apologetico che appare un modo perfetto per rispecchiare il sentimento contemporaneo.

 

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