Il Mediterraneo, Palermo e le migrazioni. Intervista a Bianco-Valente

Lori Adagna. Nel siciliano Palazzo Branciforte, fino al 30 settembre, va in scena Terra di me, la straordinaria mostra di Bianco-Valente frutto di una ricerca sociologica, di un esperimento linguistico condiviso. Che prende il via da alcune antiche mappe del patrimonio cartografico di Villa Zito, dall’immaginario legato al Mediterraneo e dai racconti di chi questo mare lo ha veramente attraversato. Ne abbiamo parlato con il celebre duo composto da Giovanna Biancoe Pino Valente.

Come nasce Terra di me?
Un anno e mezzo fa circa ci ha contattati la Fondazione Sicilia chiedendoci di realizzare una mostra che mettesse in dialogo i nostri lavori con le mappe del fondo cartografico di Villa Zito. Sono mappe antiche, che vanno dal XV al XVIII secolo, e carte nautiche, che raccontano itinerari lontani, lungo un territorio da sempre multiculturale. Abbiamo pensato quindi di allargare il discorso da Palermo e la Sicilia al Mediterraneo, riflettendo sull’immaginario legato a questo mare e su come si è trasformato dall’antichità a oggi, da quando è stato il mezzo attraverso il quale è nata e si è diffusa la cultura occidentale fino ai giorni nostri.

Scenario di partenza dunque, Palermo, “città confine, città porto per definizione, città con tante anime, tutte vere” ‒ come scrive Agata Polizzi nel testo in catalogo ‒ “che diventano l’armatura del progetto …
È anche il senso della nostra proposta alla Fondazione: attivare una serie di laboratori da svolgersi con un gruppo di giovani migranti, uomini e donne, che accettavano di condividere le loro storie di vita, le incertezze ma anche le speranze per il futuro. Cittadini come noi del Sud del mondo, che questo mare lo hanno attraversato.

La Fondazione ha accolto la vostra idea e i laboratori hanno preso il via. Raccontatemi com’è andata.
Il primo incontro è stato bello, emozionante da un lato ma dall’altro, a essere sinceri, ci ha messi in crisi. Siamo stati molto male. Profondamente scioccati: perché una cosa è leggere certe notizie sui giornali o sentirle dalla televisione, un’altra è trovarsi sommersi da tanto dolore, scale troppo diverse di storia e di esperienze. E non avevamo alcuna intenzione di andare a rimestare nelle tragedie personali.

E poi cosa è successo?
Dopo una faticosa riflessione, l’indomani abbiamo comunicato ai mediatori e ai partecipanti che non ce la sentivamo di proseguire, che non volevamo fare questo lavoro speculando sul dolore altrui. Ma i ragazzi, che avevano compreso la sincerità del nostro approccio, all’idea di non vederci più ci sono rimasti male. Così abbiamo deciso di continuare a incontrarci lo stesso per trascorrere del tempo insieme, costruire un legame. Durante quel periodo non abbiamo fatto alcun lavoro: né documentato, né scattato una sola foto.

Che facevate, allora?
All’inizio, per rompere il ghiaccio, abbiamo parlato soprattutto di noi e di Napoli, la città in cui viviamo e dei tanti parenti e amici che sono stati costretti a emigrare per lavoro, così loro hanno iniziato a parlarci dei loro luoghi di provenienza. Questo dialogo avveniva in inglese, francese, italiano e alcuni passaggi venivano anche tradotti nelle loro lingue madri. Un giorno li abbiamo portati a visitare il Monte dei Pegni di Santa Rosalia che si trova all’interno di Palazzo Branciforte. Si percepisce subito in quel luogo la sofferenza dietro alle storie di tante famiglie siciliane del passato: pur di raggranellare qualche soldo prima di emigrare per le Americhe, impegnavano qualunque oggetto, anche il più personale come fedi nuziali, materassi,scarpe, biancheria. È un aspetto della cultura dell’Italia che non conoscevano e questa condivisione d’esperienze ha rafforzato la vicinanza tra noi.

Finché qualcosa è cambiato…
Piano piano ci hanno fatto capire che in loro era nato il desiderio ‒ quasi la necessità ‒ di condividere parole e narrazioni e di lasciare delle tracce. E hanno cominciato a insistere nel volerci raccontare la propria esperienza: storie inimmaginabili di ragazzi che prima di imbarcarsi avevano attraversato il deserto. Molti di loro vedevano il mare per la prima volta, un’enorme massa d’acqua da affrontare con una piccola imbarcazione. In preda al terrore tanti avrebbero voluto tornare indietro e invece venivano sospinti a forza dentro il barcone.

Come avete trasformato queste storie in opere?
Riflettendo sul senso del viaggio innanzitutto, su come l’immaginario che sprona queste persone a intraprendere la via dell’ignoto si deve poi adattare alla realtà. Ascoltando racconti di aspirazioni andate in pezzi, di speranze, delle difficoltà di approdo con il rischio di perdere la radice identitaria, e pensando allo sforzo che dovranno fare per affermare la propria individualità. Abbiamo immaginato così di realizzare il video Costellazione di me, invitandoli a ripetere lentamente, come un mantra, il proprio nome e cognome. Ma ciò che ci rende individui è anche la rete di relazioni che intessiamo con le altre persone a cui siamo legati, non importa se vicine o lontane, quindi, per un’altra scena dello stesso video abbiamo chiesto quali fossero le persone a cui si sentono più legati e di pronunciarne lentamente i nomi, il tutto mentre inquadravamo solo le loro bocche. Per un’altra opera li abbiamo invitati a descrivere in un testo il loro immaginario e le loro aspettative rispetto all’Europa e a come si siano potuti adattare una volta giunti a destinazione. Queste storie le abbiamo poi stampate in “foglia oro” e intrecciate insieme creando un tessuto prezioso fatto di sogni e aspirazioni.

Altri lavori emersi dal workshop?
Baricentro è il titolo di un serie di opere fotografiche in cui non sono mai visibili i volti dei ragazzi, ma solo il gesto del portarsi la mano sul petto. È un gesto al tempo stesso d’amore e di forza, che li fa assomigliare a dei guerrieri antichi. Le stesse mani sono riprese in un video in cui abbiamo chiesto loro di immaginare quale fosse la cosa che avrebbero voluto tenere sempre e comunque con sé e di renderla visibile per un momento, definendola con le parole sul palmo della mano per poi chiuderla portandosela al petto.
Per Complementare abbiamo coinvolto Anna e Tupac in un’azione in cui ognuno disegna un intreccio sul palmo della mano dell’altra/o. La loro è una storia molto emozionante: Anna, che studia psicologia a Vienna, si trovava a Palermo per la sua specializzazione, mentre Tupac stava seguendo un programma di inserimento presso il Cresm. Si sono innamorati e hanno deciso di sposarsi continuando a vivere a Palermo. Con quest’opera abbiamo voluto raccontare il tema universale dell’incontro e della reciprocità.

Tutti i lavori in mostra scaturiscono dai laboratori?
Non tutti. Un lavoro, ad esempio, l’abbiamo creato a Napoli nel lungo periodo di lavorazione della mostra. Abbiamo preso spunto da alcune letture, in particolare da quella del libro di Predrag Matvejević [Breviario Mediterraneo, prima edizione Garzanti 1991; terza ristampa 2008, N.d.R.]. Attraverso un flusso ininterrotto di parole-poesia, l’autore nel libro esamina le similitudini ‒ ma anche le tante differenze ‒ che caratterizzano le varie le civiltà che si affacciano sulle sponde del Mediterraneo. Tra i tanti aspetti, si sofferma sulle diverse tonalità di colore che assume questo nostro mare. Tutte sfumature che vanno a comporre l’immaginario associato alla parola “Mediterraneo” e che ognuno di noi custodisce nella propria mente e che, a ben guardare, è forse diverso da individuo a individuo. Questo lo sanno bene i pubblicitari che, attraverso le immagini, si sforzano di dare un corpo univoco a tale visione evanescente. Il colore del mare di un determinato luogo può essere il solo elemento che ci spinge a partire, non fosse altro che per il piacere nel confrontare – sovrapporre ‒ il nostro immaginario con la realtà. Lo spiega bene Marco D’Eramo nella recente pubblicazione Il selfie del mondo, un’altra lettura che ci ha accompagnato in quei giorni. Questi i presupposti del nostro personale Breviario del Mediterraneo, realizzato partendo dalle immagini pubblicate sui cataloghi e dépliant delle agenzie di viaggio dove il mare e il cielo appaiono sempre di un’incredibile gradazione di azzurro, blu, verde… Dopo aver ritagliato tantissime strisce di carta da queste fotografie, le abbiamo incollate accostandole insieme e componendo un grande collage, il nostro Breviario del Mediterraneo.

Per concludere con l’immagine guida.
Terra di me è un’immagine fotografica in cui il profilo di un’antica mappa di navigazione del Mediterraneo con al centro la Sicilia è diventato una sorta di tatuaggio impresso sul palmo della nostra mano. In questa fotografia sono bene evidenti e si intersecano le “linee del destino” presenti (nella loro diversità) sulle mani di ognuno e i tracciati delle rotte di navigazione, a sottolineare l’importanza delle esperienze di viaggio che definiscono la nostra storia e il nostro destino.