Dall’emergenza della Diciotti alla razionalità nella gestione dei migranti

 

ANTONIO PARRINELLO / REUTERS
M. Caserta, A. Premoli. Una politica migratoria seria non si elabora in momenti di emergenza. Una barca in mare piena di disperati è un’emergenza e va trattata con gli strumenti propri dell’emergenza, nel rispetto dei diritti fondamentali.

C’è bisogno di una riforma delle politiche migratorie del nostro Paese? Certamente sì. Il fenomeno provoca tensioni economiche, sociali e politiche che c vanno affrontate e allentate.

Alla base del fenomeno migratorio vi è la competizione per la conquista di uno spazio vitale. È quindi attraverso un’opportuna regolazione dell’uso delle risorse economiche coinvolte che vanno riformulate queste politiche. La cosa interessante di questo fenomeno è che oltre ad esercitare pressione sulle risorse, i migranti sono essi stessi portatori di risorse economiche. Si tratta quindi di uno scambio. È chiaro che non tutti gli scambi sono vantaggiosi; a volte lo scambio avvantaggia solo uno dei due contraenti. È tutta qui la questione (o almeno così dovrebbe essere): è possibile che dallo scambio ci guadagni il Paese che accoglie, ma è anche possibile che siano i migranti a ricevere più di quello che danno. Una sana politica migratoria dovrebbe puntare a redistribuire il vantaggio dello scambio verso entrambe le parti.

Perché tutti possano beneficiare del fenomeno – che solo un’analisi senza fondamenti razionali può ridurre a dinamica gestibile esclusivamente con strumenti repressivi – occorrono alcune cose fondamentali. Innanzitutto informazioni corrette sulle reali opportunità offerte dal Paese di destinazione, nelle diverse regioni e settori economici. Ciò permetterebbe, a chi intende mettersi in cammino, di calcolare meglio i rischi di un viaggio quasi sempre pericoloso e di un’integrazione difficile. Se, nonostante tutto ciò, i flussi rimangono consistenti, significa che i migranti stanno rispondendo correttamente ad un segnale di mercato che annuncia reali opportunità di crescita e di sviluppo, e che sono pure disposti a sopportare il costo e le difficoltà dell’impresa a cui si accingono. Solo su questa base esiste una buona probabilità di generare e ben distribuire i vantaggi delle migrazioni.

Spesso succede, tuttavia, che i fattori che spingono fuori dal Paese di origine sono così forti da far superare qualsiasi rischio o difficoltà. Qui non c’è calcolo economico che tenga. Chi lascia il Paese d’origine lo fa perché non può farne a meno. I flussi che si generano in questo caso sono più orientati da fattori negativi che positivi. È possibile quindi che il Paese di destinazione non offra quelle condizioni di scambio reciprocamente vantaggioso che rendono le migrazioni fonti di benefici per tutti. Ma l’accoglienza di questi ultimi che appartengono indubitabilmente alla categoria dei rifugiati fa parte delle regole di civiltà che la comunità internazionale si è data.

In quest’ultimo caso si possono seguire due strade: a) intervenire sul Paese di origine riducendo i fattori che spingono i migranti fuori da quel luogo, oppure b) creare le condizioni perché nel Paese di transito o di destinazione lo scambio tra migranti e nativi sia vantaggioso. Entrambi gli interventi sono costosi, ma quel costo può essere minore dei costi di accoglienza e di integrazione.

Insomma, i cosiddetti “migranti economici” – dagli xenofobi contemporanei classificati variamente come “non aventi diritto”, “irregolari” o “clandestini” – risultano meno costosi dei rifugiati. In verità, in un quadro di informazione corretta, i migranti economici generano un surplus positivo. Una sana politica migratoria ‘usa’ i migranti economici per compensare le perdite associate alla gestione dei rifugiati. Questa politica permetterebbe di estrarre il massimo dei vantaggi dal fenomeno migratorio nel suo insieme.

Cosa si può fare oggi in piena emergenza umanitaria e politica? Tutto il Paese e i suoi rappresentanti in parlamento aiutino il Ministro degli Interni Salvini a salvare la faccia lavorando per il ricollocamento tempestivo di quote dei migranti della Diciotti anche in altri Paesi europei; il Ministro Salvini si impegni a costruire un tavolo in cui la razionalità faccia premio sulla emotività, coinvolgendo tutti gli attori interessanti, incluso le organizzazioni non governative.

Se al contrario a prevalere è solo l’emotività si rischia di mettere in pericolo le vite degli uomini e delle donne ancorate a Catania sul ponte della Diciotti. Inoltre si mostra che la gestione dell’economia (le migrazioni sono innanzitutto un fenomeno economico) di questo governo è fallace; se è fallace su questo segmento potrebbe esserlo anche sugli altri. E i primi effetti si intravedono già.