La Sicilia e le sue scellerate pianificazioni urbanistiche

GUGLIELMO MANGIAPANE / REUTERS

Maurizio Caserta, Aldo Premoli. Il sindaco Leoluca Orlando dichiara il lutto cittadino. Le bandiere stanno a mezz’asta al Palazzo dei Normanni di Palermo. Ieri alle 11 l’ultimo saluto nella cattedrale per le 9 vittime del fiume Milicia. Si piangono le vittime, si contano i danni. Nove vittime qui, altre tre nel trapanese e 300 milioni di danni: almeno 100 da spendere subito per ripristinare la viabilità che già di per sé in Sicilia è fragilissima.

Mentre non si fermano le polemiche. Perché la villetta abusiva di Casteldacciadoveva essere abbattuta nel 2011, ma il Comune non lo ha fatto per negligenza e per mancanza di fondi. Ora il tre volte sindaco del comune siciliano starà probabilmente in cima alla lista degli iscritti al registro degli indagati perché uomini, donne e bambini sono annegati nel fango a causa del maltempo eccezionale, ma sono stati anche vittime della scellerata condotta urbanistica perpetrata su quest’isola. Mancata pulizia dei corsi d’acqua e un abusivismo che, dopo l’ultimo condono del 2003, ha prodotto almeno 40mila abusi accertati. Altri 40mila, pari a 7,5 milioni di metri cubi di cemento colato in gran parte su aree a rischio idrogeologico: direttamente su letti fluviali o in luoghi sottoposti al pericolo di frane o straripamenti.

Non basta. Nel 2010 da Roma arrivano 600 milioni di euro erogati proprio per mettere in sicurezza terreni contro smottamenti ed esondazioni. Mai spesi. Sei milioni immediatamente a disposizione per pulire almeno i letti dei corsi d’acqua? Mai spesi. Nello Musumeci, che governa la Sicilia da un anno esatto, il 5 giugno scorso ha chiesto ufficialmente a 390 comuni di segnalare casi di immobili costruiti a ridosso di fiumi e torrenti. Lo ha chiesto di nuovo il 7 settembre. Hanno risposto in meno di 40.

Abusivismo e mala burocrazia sull’isola si sprecano. Appare dunque assolutamente appropriata la disamina effettuata a questo proposito dal professor Paolo La Greca consegnata qualche giorno fa a SudPress, piattaforma on line locale ma molto combattiva. La Greca, che è presidente della sezione siciliana dell’Istituto Nazionale di Urbanistica, scrive:

In Sicilia esistono migliaia di condizioni insediative analoghe a quella della recente tragedia, molte delle quali non sono il risultato di insediamenti illegali, ma fatto ancor più grave, sono anche il prodotto di pianificazioni urbanistiche consapevolmente scellerate

… La maggior parte delle tragedie e dei danni in conseguenza degli eventi alluvionali estremi sono dovute alla realizzazione di infrastrutture e insediamenti in parti del territorio che sono notoriamente soggette a livelli elevati di pericolosità, individuate da anni nei Piani di Assetto Idrogeologico (PAI) approvati e vigenti.

In Sicilia pendono quasi ottomila ordinanze di abbattimento, ma solo poco più di mille sono state messe in esecuzione. Non ci sono i soldi per pagare le ruspe e ancora più spesso non c’è alcuna volontà di adempiervi. Si calcola che sull’isola almeno 23mila costruzioni sono fuori legge, in pratica un metro cubo su due. Ma gli alibi che la classe politica di ogni colore, anche quella più recente, ha fornito qui all’illegalità di massa sono innumerevoli: si tratti di “concittadini costretti ad abitare in case fuorilegge” “abusivismo di necessità”, “abusivismo di indispensabilità”.

Non si contano i tentativi – per lo più fortunatamente andati a vuoto – di sanare villini costruiti a 150 metri dalla battigia, regolarizzare costruzioni sorte in aree soggette a vincolo, restituire agli abusivi luoghi sorti dal nulla dove e strade non hanno un nome ma una sigla. Il rimedio è urgentissimo. Secondo il professor La Greca:

Bisogna avere il coraggio di compiere oggi e con effetto immediato, anche stralciando le aree edificabili dei piani urbanistici vigenti, scelte di tutela integrale, che solo amministratori e tecnici sconsiderati, possono considerare impopolari…

Il rilancio di una corretta visione del territorio è sempre più urgente e richiede il coraggio di affermare che il vero sviluppo economico del Paese e del Mezzogiorno passa attraverso la sicurezza e la qualità dei luoghi in cui viviamo.

È un monito sacrosanto. Richiama un comportamento elementare ma difficile da osservare, quello per il quale se si prende bisogna restituire. Chi prende senza restituire fa certamente un danno ad altri, ma probabilmente anche a se stesso. La tragedia di questi giorni ne è un esempio.

È difficile accettare i limiti: i limiti posti dagli equilibri ambientali, ma anche quelli degli equilibri di bilancio. Così come si prende un pezzo di territorio si prende un pezzo di risparmio altrui, senza temere di dover restituire né il prestito di territorio, né il prestito di denaro. Certamente quella mano che si allunga per prendere può creare un vantaggio immediato per tanti, ma alla fine il costo di quella sottrazione verrà sopportato da qualcuno, che non sempre coincide con chi ha tratto gli iniziali vantaggi.

Vi è una strana corrispondenza tra i disastri ambientali e disastri finanziari. Sembra che emergano dallo stesso modo di fare. Ossia il desiderio di non pagare il conto. Si prende a prestito territorio e non si restituisce; si prendono a prestito denari e non si restituiscono.

Nessun sistema può reggere a lungo in questo modo. Il problema è intervenire per tempo. Pare debbano invece sempre accadere tragedie umane o i dissesti finanziari per accorgersene. Non è una caratteristica siciliana. Ma la Sicilia ha bisogno di essere più attenta degli altri territori.