Di fronte al Global Compact, l’Italia è isolata e in pessima compagnia

Aldo Premoli . L’Italia gialloverde ha deciso di non partecipare. I prossimi 11 e 12 dicembre nessun rappresentante del Governo italiano sarà presente a Marrakech. Quella dei non-pervenuti a questa convocazione Onu è una vicenda inaugurata il 3 dicembre 2017 dal brillantissimo Donald Trump. Otto mesi dopo si è fatto vivo Viktor Orbán che ha tenuto incollati alla sua ruota i fedeli gregari: Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia, Polonia. Corsa a sé, ma sulla stessa traiettoria hanno fatto pure Austria, Bulgaria, Croazia, Israele e Australia.

E poi la Svizzera che ha annunciato che non andrà al vertice in attesa di un pronunciamento del suo Parlamento. Buon ultimo è arrivato il nostro Ministro degli Interni: ha anticipato il premier Conte (surclassando i suoi precedenti segnali di apertura) entrando a gamba tesa nell’area di competenza di un altro Ministro – quello degli Esteri. “Cosa farà il governo sul Global Compact? Farà come la Svizzera… Il governo italiano non andrà a Marrakech, non firmerà nulla. Il dibattito è così importante che non può essere questa solo una scelta del governo. Deve essere il Parlamento a discutere del Global Compact”.

Certo, la Svizzera come campione di riferimento per le politiche migratorie è una scelta a dir poco bizzarra. La Confederazione elvetica ha una lunga storia di apertura verso l’immigrazione, purché accompagnata da consistenti capitali, di quale provenienza non è ma importato sino a che qualcuno non le ha imposto un comportamento decente. Per tutti gli altri immigrati è sempre valsa la grinta che anche oggi mostrano le guardie di frontiera schierate alla stazione di Chiasso. Ultima, dunque, l’Italia e in pessima compagnia.

A Marrakech, a firmare il Global Compact for Migration saranno presenti altri 180 Paesi. Si tratta di un accordo non vincolante presentato all’Assemblea Generale dell’Onu nel settembre 2016: mira a definire impegni condivisi dalla comunità internazionale sui temi dell’emergenza immigrazione, non equipara i migranti economici ai rifugiati politici, punta alla legalità e non comporta rischi di “invasione”. Anzi.

Sul pianeta sono oltre 258 milioni i migranti che vivono attualmente fuori dal loro Paese di nascita. La cifra è destinata ad aumentare per l’aumento della popolazione, per lo sviluppo della connettività, l’ulteriore sviluppo del commercio e i cambiamenti climatici. Dovrebbe essere evidente che nessun Paese da solo può risolvere un problema gigantesco come questo. E dovremmo ben saperlo proprio noi italiani che negli ultimi 5 anni siamo stati troppo spesso lasciati da soli a fronteggiare la tragedia in corso nel Mediterraneo costata centinaia di migliaia di arrivi e migliaia di morti.

Il Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migrationè il primo tentativo per creare le basi di accordo intergovernativo, ma non è un atto giuridicamente vincolante. Sta scritto a chiare lettere nella stesura dello stesso: “Piattaforma non vincolante, cooperativa che favorisce la cooperazione internazionale tra attori rilevanti circa la migrazione “. È, insomma, un gesto di buon senso: conferma la sovranità degli Stati e semplicemente ribadisce gli obblighi degli stessi in base al diritto internazionale.

Il nostro Paese – ci piaccia o meno – è una piattaforma lanciata verso il continente africano, lo stesso che attualmente ha 1,216 miliardi di abitanti e nel 2050 ne avrà 2,5 miliardi. L’Italia ha un terribile bisogno di trovare sponde certe per affrontare i problemi in cui è e sarà inevitabilmente coinvolta. Deve poter dire la sua forte e chiaro in Europa e all’interno della comunità internazionale nel suo complesso

Nel Global Compact vengono fissati 23 obiettivi. L’obiettivo numero 2 è quello di “minimizzare le condizioni avverse e i fattori strutturali che spingono le persone ad abbandonare il proprio Paese di origine”. L’obiettivo 4 mira ad assicurare che tutti i migranti siano in possesso di documenti legali di identità. Il 5 promuove i “canali regolari di immigrazione”. Il 6 “contrasta lo sfruttamento dei lavoratori immigrati” che finiscono loro malgrado a fare concorrenza sleale agli autoctoni. L’obiettivo 9 mira a “rafforzare la risposta transnazionale al traffico di migranti”. Il numero 11 prevede di mettere in sicurezza i confini degli Stati, contrastando l’immigrazione irregolare e favorendo quella legale. L’obiettivo numero 21 promuove gli accordi di rimpatrio dei migranti. Di tutto questo l’Italia ha un gran bisogno.

Gli altri obiettivi mirano a migliorare la vita dei migranti, in particolar modo di quelli regolari ma non solo, rendendo più facili il riconoscimento dei loro titoli di studio o professionali nei Paesi di arrivo, facilitando le rimesse economiche verso i Paesi di origine, garantendo loro un trattamento umano combattendo il loro sfruttamento da parte della criminalità organizzata, e le percezioni distorte che sono alla base della xenofobia. Anche di questo i cittadini italiani hanno un gran bisogno.

E dunque? E dunque le dichiarazioni di diniego e le prese di distanza arrivate dal governo gialloverde appaiono davvero sconfortanti. Provengono dall’iperuranio della demagogia, mostrano una totale assenza di sguardo verso il futuro, anche quello più vicino.

Dopo l’entrata a gamba tesa del titolare del Viminale è arrivata la sconfortate nota ufficiale del premier Giuseppe Conte: “Il Global Migration Compact è un documento che pone temi e questioni diffusamente sentiti anche dai cittadini: riteniamo opportuno, pertanto, parlamentarizzare il dibattito e rimettere le scelte definitive all’esito di tale discussione, come pure è stato deciso dalla Svizzera”.

Domenica 2 dicembre sono arrivati a Montecitorio 56 emendamenti alla Legge di Bilancio. Per dare attuazione alla inevitabile retromarcia politica sul deficit nei dopo mesi di scomposto bullismo nei confronti Bruxelles. Tra 56 emendamenti però non c’è traccia di quota 100 per le pensionireddito di cittadinanza e taglio delle pensioni d’oro. Esattamente quanto promesso a un corpo sociale sempre più vulnerabile e sempre meno disposto a sorvolare sulla riscossione del credito elettorale concesso. Quando se ne parlerà in aula ancora nessuno lo sa. Stando alle dichiarazioni del Ministro degli Interni e a seguire del premier Giuseppe Conte occorre, invece, impegnare le aule parlamentari nel dibattito sul Global Compact. Siamo all’iperuranio della demagogia

Poiché di migranti ne arrivano sempre meno l’occasione per rinfocolare la fiamma delle paure si pone ora in vitro. Il dibattito romano sulle proposte che verranno a loro volta dibattute dalle delegazioni di 180 paesi a Marrakech rappresenta una priorità del momento? Certo che no, ma potrebbe fornire un ottimo spunto per qualche penoso tweet bullista, qualche altra possibile intervista spaccona. Soprattutto per distrarre dalle questioni che davvero incidono sulla vita di una parte consistente di cittadini italiani.

Le teorie economiche del Professor Paolo Savona o le ragionerie del Professor Tria non appaiono così redditizie in termini elettorali. Meglio alzare cortine fumogene, provando a distogliere l’attenzione dai problemi che riguardano lavoro, povertà, scuola, sanità e servizi nel loro complesso. E come sempre prendersela con gli ultimi degli ultimi. Quelli che proprio non capiscono che mendicare ai semafori, dormire all’addiaccio e non farsi mai una doccia non è proprio bello. Quelli che il Decreto Sicurezza sta ributtando per la strada ma nessun Salvini del mondo è grado di rispedire a casa: perché i costi dell’operazione e i pochissimi accordi sino ad ora firmati con i Paesi di origine non lo consentono.

 

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