Un nuovo ruolo per il Sud

Aldo Premoli. La centralità italiana nel Mediterraneo ha radici geografiche, storiche e culturali antiche. Una constatazione tutt’altro che banale però se posta a confronto con le scelte delle classi politiche della Prima e Seconda Repubblica, che hanno ritenuto questa un’eredità trascurabile e poco adatta la modello di sviluppo “coloniale” perseguito.

Una scelta rivelatasi un danno non solo per il Sud ma per l’intero Paese: perseguita con un impiego di risorse significativo e risultati nulli quando non disastrosi.

Né dal “governo del cambiamento” arrivano segnali di inversione di rotta. Nessuna strategia, nessun pensiero è stato messo in campo al di fuori di un assistenzialismo a corto raggio ma valido a fini elettorali.

Eppure la situazione è sotto gli occhi di tutti: il Mezzogiorno in questa discesa agli inferi si sta spegnendo. Dal Sud in 15 anni se ne sono andate 800mila persone e la natalità è costantemente discesa. Più del 70% di chi se ne è andato per di più è giovane, per chi è rimasto il tasso di neet è a livelli molto superiori di quelli del Centro e del Nord.

L’abbandono scolastico raggiunge cifre record. Viabilità e servizi sanitari sono gravemente deficitari: aumentano i malati che bisognosi di cure specialistiche vanno a farsi curare a Bologna, Milano, Verona o Padova, per essere spesso rispediti da dove provengono dopo 29 giorni – guariti o meno; dietro a questo “turismo sanitario” c’è un’aspettativa di vita per chi abita al Sud più bassa di chi abita al Nord.

Ma se il Mezzogiorno si spegne è l’intero Paese a essere a rischio. Le fughe in avanti dei Governatori delle Regioni del Centro e del Nord (Veneto e Lombardia in testa) sono una stolida illusione. Le cosiddette “Autonomie differenziate” in discussione a Palazzo Chigi il prossimo 15 febbraio rivelano tutta la miopia di un tutti-contro-tutti senza prospettiva né di lungo né di corto periodo.

Eppure altre opportunità per il Sud e di conseguenza per l’intero Paese esisterebbero. Il rapporto Sussidiarietà…. e giovani al Sud coordinato da Brugnoli e Garrone costruito intorno a relazioni di ricercatori di facoltà sparse su tutta la penisola sottolinea con forza come sia folle continuare a considerare il Sud una periferia.

Dal rapporto emergono gli assist fondamentali per superare i disastrosi approcci dall'”alto” con cui sono stati fino ad ora affrontati i problemi di sviluppo di questa area: dove l’azione della “Cassa per il Mezzogiorno” ha costituito l’esempio più nefasto.

Avviata con intenzioni anche lodevoli la Cassa ha generato in oltre 30 anni di attività una enorme dissipazione di ricchezza senza innescare alcuna capacità di costruzione diffusa, senza assicurare né equità e né inclusione, lasciando per di più in eredità strascichi di distruzione ambientale per molti versi irreparabile: basti pensare nella sola Sicilia agli eco-mostri di Priolo, Gela e Termini Imerese.

Grazie alla sua geografia l’Italia si trova in una posizione centrale nel confronto geopolitico sempre più rilevante tra Europa, Africa e Medio Oriente. Metà della nostra Penisola e le isole che la circondano (in particolare la Sicilia) sono al centro di un mare percorso latitudinalmente da una delle più importanti rotte commerciali del pianeta e longitudinalmente da un flusso di esseri umani massiccio e di lunga durata.

Il raddoppio del Canale di Suez ha reso la rotta mercantile mediterranea assai più conveniente che la circumnavigazione del continente africano per raggiungere il Nord Europa. I porti italiani andrebbero aperti anziché chiusi, dotati al più presto delle di infrastrutture necessarie per intercettare tanta ricchezza commerciale.

Enormi investimenti sono già in movimento in Marocco (Tanger Med) e in Spagna (Algesiras e Valencia), mentre la Repubblica Popolare Cinese ha letteralmente acquistato il porto greco del Pireo per inserirlo nel programma One Belt One Road con cui intende dominare in futuro i traffici dell’intera Eurasia.

Porti, aeroporti e ferrovie italiane andrebbero selezionate e messe in relazione a investimenti pubblici e fondi europei che pure esistono. Appaiono evidenti di quali straordinarie ricadute in termini di apertura di cantieri e posti di lavoro e acquisizioni di specialistiche potrebbero beneficiare gli abitanti della Penisola – quelli del Sud in particolare – ricollocati al centro di una progettazione di questo genere.

Ma i coinquilini del nostro governo si accapigliano sulla Tav o sul potenziamento del Frejus, come si trattasse di opere davvero fondamentali per il futuro dell’intera Penisola. Il Sud? Continua a essere una “riserva indiana” da cui attingere tuttalpiù mano d’opera a bassa specializzazione: indigena o immigrata poco importa.

Tanto più se si sparla della dinamica longitudinale che attraverso il Mediterraneo trasporta essere umani dal Sud al Nord del mondo. I migranti, il cavallo di battaglia elettorale di un Vice-ministro che non smette di ribadire che occorre fermarli, rigettarli sulla sponda da dove provengono, costi quel che costi in termini di morti annegati, per “difendere i confini nazionali”.

Slogan privi di ogni reale consapevolezza: che vorrebbe invece l’Italia impegnata a svolgere il suo ruolo naturale di “porta consapevole” per il transito dai Paesi delle altre sponde del Mediterraneo verso l’Europa.

Le dinamiche demografiche delle regioni africane opposte a quella europea indicano che un’opportunità per il Sud potrebbe essere quella di attrezzarsi attraverso i suoi atenei (sempre più spopolati e sempre meno attrezzati) per divenire un hub della conoscenza per tutta l’area mediterranea.

Niente di utopico: gli atenei anglosassoni utilizzano da tempo il “marketing delle università” per attrarre cervelli che nel 99% dei casi restano poi sui loro territori. L’Italia avrà bisogno nel prossimo futuro di importare capitale umano, meglio se qualificato: la decrescita demografica al Sud non è stata compensata in questi anni nemmeno dall’arrivo dei migranti inseritisi poi regolarmente nelle sue attività produttive.

Lo slogan “aiutiamoli a casa loro” resta vuoto senza la costruzione di rapporti duraturi di carattere culturale, politico e commerciale con i paesi che si affacciano su questo mare.

Esiste tuttavia chi già lavora in forma diffusa in questa direzione. Esiste al Sud un Terzo Settore particolarmente attivo, capace di operare in maniera virtuosa sul territorio ed esistono sindaci che – molto più degli apparati governativi ragionali – hanno saputo sviluppare a competenze per introdurre innovazioni nei modelli amministrativi e far fronte alle forme di finanziamento introdotte dall’Unione europea

Sono questi gli attori (profit o no-profit) – ancora non sufficientemente coordinati e non sufficientemente posti all’attenzione dei media – a risultare cruciali per negoziare con l’Unione europea la valenza del Mezzogiorno come piattaforma al centro del Mediterraneo.

L’evoluzione di tante esperienze di volontariato verso una dimensione di imprenditorialità sociale non sono più fenomeni eccezionali: consorzi e cooperative sociali rappresentano una fonte di occupazione legale significativa con una presenza nettamente superiore di giovani rispetto alle attività di impresa propriamente dette, dove pure va rilevato che nonostante la fragilità del territorio oggi nascono più start-up che al Nord.

Si tratta di una frontiera nuova e decisiva sia i termini quantitativi che qualitativi. Lo spiega con efficacia Carlo Borgomeo, Presidente diFondazione con il Sudnel già citato rapporto di ricerca della Fondazione Sussidiarietà.

” In una riflessione sul nostro Sud bisogna insistere sulla centralità del capitale sociale. Investire nei quartieri difficili e non prevalentemente in materia di infrastrutture fisiche: lottare contro la povertà educativa; promuovere l’inclusione sociale dei soggetti svantaggiati; lottare contro la tratta; sperimentare meccanismi di welfare comunitario… Il contrario di quello che abbiamo sempre immaginato per il Sud: prima grandi trasferimenti di risorse per recuperare il divario del Pil, e poi, in seguito, occuparsi del sociale…. Proviamo a capovolgere il paradigma, proviamo a formulare un’offerta culturale e politica che metta al centro le questioni sociali. Forse andrà meglio. Soprattutto per i giovani”

https://www.huffingtonpost.it/aldo-premoli/meridione-e-isole-la-necessita-di-un-nuovo-ruolo-per-il-sud_a_23659239/?ncid=other_email_o63gt2jcad4&utm_campaign=share_email