Quote rosa? Ma la condizione femminile è un’altra cosa

E.Averna Il dibattito su “quote rosa “ e “pari opportunità” imperversa tra le professioniste della politica di casa nostra che occupano spazi televisivi, si lamentano nei loro blog, si lamentano via Facebook si lamentano via Twitter, si lamentano ovunque…

Fresche di parrucchiere, permanente, meches più o meno bionde con l’immancabile tailleur d’ordinanza tuonano anche dai banchi del Parlamento: Boschi e Buongiorno, Carfagna e Meloni, Maristella Gelmini e Giulia Grillo a tal proposito concionano senza fine: sì, no, giusto, sbagliato…

Ma finiamola! Lo dico anche a chi opera nella comunicazione: finitela anche voi giornalisti e influencer che costruite l’informazione pubblica attraverso radio, televisioni e carta stampata.

E’ questo il tema fondamentale che investe la condizione femminile nel nostro Paese oggi?

Occorre battersi per avere più “rosa” nelle Amministrazioni o in Parlamento? Occorre perdere tempo a distinguere tra chi entra in quota perché donna e chi lo fa solo in base alla sua competenza? Il dibattito è tutto interno alla “casta”, ma i problemi di “genere” nel Paese sono ben altri.

Mi piace citare un solo esempio che è piccolo ma sufficiente. Ieri mattina è stato presentato il 1° Rapporto riguardante i servizi offerti dalla Caritas diocesana alle fragilità sociali presenti a Catania. SudPress ne ha pubblicato un’ampia anticipazione.

Durante la relazione di Felice Ortolano, che opera nell’ambito dell’accoglienza diurna e notturna che ruota intono alla Locanda del Samaritano gestita da Padre Mario Sirica, è emerso quanto segue.

La Locanda nel 2018 ha accolto 30 persone, 12 erano donne. Aggiungendo le presenze nel Dormitorio femminile esterno le ospiti nel 2019 sono state complessivamente 269.

Chi sono? Nella fascia di età che va dai diciotto ai trenta anni: 117 le straniere e 32 le italiane; nella fascia di età dai trenta anni in su sono 59 le donne straniere e 61 le italiane.

Tra loro le migranti che hanno spesso avuto storie legate alla tratta e alla prostituzione. Hanno vissuto l’inferno ma in Italia risultano mediamente tutelate dal contesto pubblico. Quasi tutte sono state capaci di reinventarsi un’attività lavorativa, in particolare nell’ambito dell’assistenza domiciliare dove possono trovare vitto e alloggio.

Le donne che possiedono un documento quasi sempre provengono dall’est europeo e si trovano in Italia da tempo: fanno ritorno in dormitorio nel periodo di stand by tra un lavoro di assistenza domiciliare che si conclude e un altro che può avere inizio. Generalmente non sono più giovani, sono spesso provate nella salute, ma non si arrendono.

Ci sono poi le italiane che si rivolgono a padre Mario a causa della solitudine che investe chi non ha più rapporti con una qualsivoglia famiglia: tra le 92 accolte nel 2018, ben 90 si sono trovate in questa condizione.

Il numero più drammatico è quello relativo alla violenza fisica o morale subita: delle 269 donne accolte, ben 150 hanno subito violenza. Per quel che hanno patito necessitano non solo di protezione ma anche di un percorso di ricostruzione della propria identità.

Residenti, migranti o straniere costituiscono un puzzle di bisogni drammatici. E’ un quadro quello ricostruito da Felice Ortolano basato su piccoli numeri: investono solo una parte delle fragilità femminili di Catania.

Ma è sufficiente per capire cosa sta accadendo, ovunque nel nostro Bel Paese.

Altro che quote rosa…

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