Il prossimo sabato il leader cinese Xi Jimping a Palermo: la Sicilia al centro della tenaglia geopolitica?

ALDO PREMOLI. Almeno, se così fosse potrebbe essere una delle ultime opportunità per uscire da quella marginalità cui politiche rionali, in mano a cavernicoli spesso anche criminali, hanno condannato la Sicilia nonostante l’unicità della sua posizione strategica. Essere stati governati per decenni da accattoni ignoranti ha trasformato una delle regioni più geopoliticamente importanti del mondo in una landa miserabile ed ininfluente. Adesso, proprio in questi giorni, si sta giocando una partita essenziale: il direttore della nostra consorella SudStyle Aldo Premoli ci offre una sua lettura, noi tremiamo a pensare a chi ci rappresenta sedendo a tavoli in cui si decide il futuro delle prossime generazioni…(PDR)

Xi Jinping, il leader supremo della seconda (o è ormai la prima?) potenza mondiale il prossimo sabato arriverà a Palermo dopo aver incontrato il giorno precedente a Roma Mattarella e Conte.

Cosa sta succedendo?

Per capirlo è importante guardare ai numeri e inserirli poi nel quadro geopolitico generale.

I numeri sono questi

1. La Cina, esattamente come gli Stati Uniti, detiene il 15% del Pil mondiale, l’Italia il 2%.

Più di 600 aziende italiane sono attualmente partecipate da capitale cinese per un valore complessivo di 13,7 miliardi di €.
La Cina rappresenta l’ottavo mercato per l’export italiano: ne assorbe il 2,7% vale a dire 11,1 miliardi di l’anno. Per converso l’Italia importa dalla Cina merci per 27,3 miliardi di € cosa che la rende il 19° mercato di esportazione del gigante asiatico.
A ciò si deve aggiungere che la presenza di popolazione di origine cinese supera oggi la considerevole cifra di 290.000 individui, quarta comunità dopo quella romena, albanese e marocchina.
Il quadro di riferimento è assai complesso

Dopo un decennio in cui la Cina ha considerato l’UE esclusivamente come un mercato di ricchi consumi, Pechino ha intensificato in maniera mai vista prima i rapporti prima con Bruxelles e ora con l’Italia. La ragione, almeno in parte, è la guerra dei dazi scatenata da Donald Trump. I cinesi rispondono così al protezionismo trumpiano dell’“America first!” proponendosi al mondo come paladini del libero scambio, della cooperazione internazionale, persino come difensori dell’ambiente affrontando problemi che invece il presidente americano finge di ignorare. La Cina è già il secondo partner commerciale dell’UE dopo gli Stati Uniti e la UE è il più grande partner commerciale di Pechino. Nel 2016, gli investimenti cinesi nei paesi dell’UE hanno raggiunto i 35 miliardi di euro, con un aumento del 77% rispetto al 2015.

Mentre Mosca considera l’UE e la NATO come rivali da dividere e indebolire, la Cina ritiene che l’integrazione europea sia da incoraggiare per rendere al contrario l’Europa un rivale potenziale, anche se altamente improbabile, degli Stati Uniti. I leader cinesi sono ad esempio contrari alla Brexit. Avevano stabilito a Londra basi commerciali e finanziarie per sfruttare le opportunità offerte dall’ Europa continentale, ma ora Pechino ha già spostato la sua attenzione verso il continente. Quello che Pechino vuole da Bruxelles è semplice: indebolire la leadership degli Stati Uniti nel commercio globale e assicurarsi che l’aumento dei livelli di ansia sulla tenuta della UE non si trasformi in un problema.

Come già per altre iniziative di politica estera del governo giallo-verde, anche l’accordo che Conte pensa di firmare con Xi presenta però parecchie ambiguità. C’è il rischio si trasformi in un’ulteriore occasione di incomprensione con i partner tradizionali dell’Italia: gli Usa e la Ue. Va detto che la visita del Capo supremo del Partito Comunista Cinese non è piovuta dal cielo. L’adesione alla Belt and Road Initiative, il progetto con il quale i cinesi si propongono di realizzare una grande via di comunicazione terrestre e marittima in grado di collegare la Cina all’Asia Centrale e all’Europa, è stata preparata da una serie di contatti bilaterali precedenti.

Il ruolo della Sicilia

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Michele Geraci

Pivot dei rapporti con i cinesi è attualmente un siciliano, ai più sconosciuto. Si tratta del palermitano Michele Geraci, 51 anni, dopo la laurea nel capoluogo è arrivato il master in economia aziendale al Massachusset Institute of Technology di Boston. Per 10 anni ha lavorato in diverse banche d’affari tra cui Merril Linch, dal 2008 ha insegnato finanza in tre prestigiose università di Shanghai e attualmente riveste l’incarico di Sottosegretario al Ministero dello sviluppo economico. Geraci è convinto che proprio nelle relazioni con la Cina l’Italia potrebbe trovare la soluzione di molti suoi problemi.

Turismo

Non è un’idea balzana ovviamente. Prendiamo il caso di un settore come quello del turismo nel quale la Sicilia potrebbe svolgere un ruolo di primissimo piano. Anche qui i numeri sono significativi. La Cina è in cima alle classifiche mondiali come la più grande fonte di viaggi e relative spese. Nel 2016 i cinesi hanno effettuato 122 milioni di viaggi e speso 100 miliardi di euro al di fuori dei confini del paese. Di questo flusso Europa e Italia hanno raccolto solo briciole. Solo 10,2 milioni di cinesi hanno visitato l’Europa nel 2016, secondo i dati della European Travel Commission. Una sfida da raccogliere perché l’internet mobile e l’e-commerce sono molto popolari in Cina e i siti Web principali per le prenotazioni sono locali. I turisti cinesi che viaggiano in Europa prenotano il biglietto aereo con Ctrip, acquistano un biglietto per lo spettacolo attraverso Taobao di Alibaba e cercano un ristorante usando Dianpingnon Yelp, TripAdvisor o Booking.com.

Ma nella maggior parte delle attività rivolte al turismo in Europa non esiste personale che conosca il mandarino, spesso i gestori non sanno nemmeno che tali app esistano. Male, malissimo: perché i cinesi spendono più denaro rispetto a qualsiasi altro turista medio, riempiono gli hotel anche durante la bassa stagione – come accade per il capodanno cinese, che cade tra la fine di gennaio e la fine di febbraio e la settimana di festa nazionale cinese in ottobre.

Telecomunicazioni

Nei Paesi europei in ogni caso cresce la percezione che la Cina da gigante economico si sta trasformando in gigante politico. E tutto questo in una situazione in cui aumentano le pressioni americane sul tema dell’accesso di Huawei e Zte leader mondiali del 5G alle reti europee di telecomunicazioni. La Belt and Road Initiativeper gli Usa altro non è che un tentativo di imporre una strategia di penetrazione politica, sotto le spoglie di un progetto di rafforzamento della connettività. Xi Jimping arriva dunque questa settimana in Italia per firmare un documento di parternariato strategico ad ampio respiro che copre un numero impressionante di settori: commercio, investimenti, finanza, trasporti, logistica, infrastrutture, connettività, sviluppo sostenibile e mobilità delle persone fino alla cooperazione in Paesi terzi che nelle intenzioni dovrebbe limitare o bloccare i flussi migratori provenienti dall’Africa. Solo l’Unione europea (15% del Pil mondiale) però ha dimensione in grado di contrastare il protezionismo di Trump e l’aggressività commerciale cinese. Per difendersi dal protezionismo americano sono stati stipulati nuovi accordi commerciali con paesi come Canada, Giappone, Vietnam e Corea del Sud. Ma allo stesso tempo l’Ue ha avviato una procedura d’infrazione in ambito multilaterale (WTO), insieme agli Stati Uniti e al Giappone, nei confronti della Cina per comportamenti che in molti ambiti restano discriminatori verso le imprese del nostro continente. Sarebbe folle per l’Italia (2% Pil mondiale) pensare di trattare in solitaria con la Repubblica Popolare Cinese (15% Pil mondiale, oltre 1 miliardo di abitanti) senza aderire alle politiche commerciali messe in campo dalla UE.

L’accesso ai porti del Mediterraneo

Dunque sabato prossimo Xi arriva per una visita “privata” nel capoluogo siciliano. Palermo è una importante meta turistica. Ma è pure dotata di un porto piazzato in mezzo al Mediterraneo, esattamente come lo sono Augusta, Messina, Catania, Gela e Trapani. Più in su la nostra penisola vanta a est Trieste a ovest Genova, porte d’ingresso per raggiungere gli appetitosi mercati del Centro e nord Europa: molto più adeguate del Pireo già in mano cinese. Dopo il raddoppio del Canale di Suez del 2015 il Mediterraneo è entrato a far parte della più importante rotta commerciale esistente. Come non pensare che proprio attraverso i porti italiani Xi desideri portare a termine il sogno di una nuova via della seta?

Il lato buffo

La vicenda è senza dubbio di grande rilievo internazionale. Giustamente attrae l’attenzione dell’opinione pubblica e per questo i politici di casa nostra da almeno una settimana rilasciano ogni genere di dichiarazione in proposito. Il battibecco condominiale ormai consueto tra i due semi-premier (Di Maio promotore, Salvini freno a mano) ha però il suo lato buffo: il palermitano Michele Geraci è un ex- banchiere, un docente sinologo a capo tra l’altro del Global Policy Institute di Londra: insomma un globalista a 18 carati che proprio Salvini al momento della formazione del Governo ha indicato per primo come pedina fondamentale per lo staff del Ministero che dirige Di Maio. Ma non era il re dei sovranisti? Salvini non ha paura di niente si sa, nemmeno del ridicolo. Di fronte a tali contorcimenti si inseriscono poi i pensieri in libertà dei leader dell’opposizione. Tra questi spiccano quelli dell’ineffabile Giorgia Meloni: “Si tratta di capire” ha dichiarato serissima di fronte alle telecamere Rai lo scorso 14 marzo “se saranno le merci cinesi ad invadere il nostro Paese o le merci italiane a invadere la Cina”.

Bella analisi davvero. Da mercato rionale.

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