“Dall’Europa un atto di omicidio”

Anna Germoni. Johannes Bayer, 31 anni, presidente della Sea-Watch ha deciso di rompere il silenzio e di dare all’HuffPost un’intervista in esclusiva, mai concessa in Europa. Giovane, deciso, sintetico, ha alle spalle un curriculum eccellente: una laurea in Ingegneria, con specializzazione in architettura navale presso la Hochschule Bremen, in Germania e un master in scienze tecnologiche marittime navali, ottenuto al Kungliga Tekniska Högskolan, il politecnico di Stoccolma, centro di ricerca tecnologica più grande di tutta la Scandinavia e uno dei più importanti d’Europa. Da oltre 4 anni, è a capo della Sea-Watch, Ong tedesca, con bandiera olandese.

Perché, ha scelto di essere il presidente di Sea-Watch?

Sono il presidente di un consiglio di amministrazione di 5 persone. Lavoro per Sea-Watch come volontario per la forte convinzione che in questo mondo le persone non dovrebbero rischiare la vita nel tentativo di trovare luoghi sicuri in un altro paese. Il Mediterraneo è un confine europeo, in quanto cittadino europeo ho la responsabilità di fare qualsiasi cosa per fermare le morti nel Mediterraneo. È un atto di omicidio, come l’Europa sta affrontando le sofferenze dei migranti.

Dottor Bayer, il Viminale emana la terza direttiva “Porti chiusi ai migranti” in meno di un anno e lancia pesanti accuse alle Ong “complici dei trafficanti di esseri umani”. Vuole replicare?

No. Posso solo dire che quello che sta accadendo nel Mediterraneo centrale verrà riconosciuto storicamente come una violazione grave e massiva dei diritti umani. Se non fosse per la caparbia attività volontaria della società civile – da mesi sotto accusa e ostacolata in ogni modo – con la rete di segnalazione dei casi di distress Alarm Phone, e l’aereo di Sea-Watch, dei tanti gommoni e barchini non si saprebbe nulla.

Il lavoro nostro e quello della guardia costiera, della Marina militare ha il medesimo fine. Perché chi sta in mare vede tante, troppe vite che affogano nell’indifferenza, come fossero fantasmi. E invece si tratta di persone, donne, uomini e bambini innocenti, in fuga da un paese in guerra civile, che stiamo cinicamente decidendo di fare morire affogate o di lasciare alle torture nei lager libici. Dal 2018 abbiamo soccorso 37mila vite.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, insieme ai due vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio, e al ministro dei Trasporti Danilo Toninelli, sono indagati dalla magistratura per l’ipotesi di reato di sequestro di persona, quando la Sea-Watch 3, venne fermata a stallo con 47 migranti tra cui alcuni minori a Siracusa dal 24 al 30 gennaio 2019. Cosa ne pensa?

E’ inaccettabile che l’Europa permetta una così grave e reiterata violazione dei diritti umani a danno di naufraghi in fuga dalla Libia, paese in guerra civile, per ragioni puramente politiche e di propaganda. La magistratura ipotizza il reato di sequestro di persona per i 47 migranti tra cui 15 minori non accompagnati che lo scorso gennaio hanno dovuto aspettare a bordo della Sea-Watch 3, che li aveva soccorsi su un gommone in avaria, per oltre 12 giorni prima di toccare terra. La guardia costiera italiana ha fatto una serie di accertamenti da cui sono emerse anomalie che riguardano anche la gestione dei minori, che per legge devono essere fatti sbarcare immediatamente.

Ma il ministro Salvini ha detto che siete “intervenuti nelle acque libiche. Fermati dal nostro Governo, perché le indicazioni dell’Olanda erano di sbarcare in Tunisia” e “avete messo a rischio la sicurezza dei migranti, dirigendovi verso l’Italia con un gesto politico”. Che risponde?

Il 23 gennaio Sea-Watch, a causa dell’arrivo di un ciclone mediterraneo, forte perturbazione, da nord-ovest, ha avuto diverse comunicazioni con il JRCC olandese e con la capitaneria di porto di Lampedusa. Il centro di coordinamento marittimo olandese, dopo aver preso atto dell’impossibilità di entrare nel porto di Lampedusa, ha informato la nave che l’opzione di trovare riparo in Tunisia poteva essere percorribile. Il governo olandese ha quindi contattato il governo tunisino, senza però ricevere alcuna risposta. Già lo scorso novembre alla Sea-Watch era stato negato l’approdo in Tunisia per fare rifornimento e per ripararsi durante una tempesta. Ci siamo in quel caso trovati per oltre 5 giorni al largo delle coste di Zarzis senza poter entrare in porto. È per queste ragioni che il comandante della Sea-Watch 3 ha dovuto fare rotta verso Nord, verso l’Italia. Diversamente la nave si sarebbe trovata nel mezzo del ciclone mediterraneo con a bordo le persone soccorse, mettendo così a repentaglio la loro incolumità e quella dell’equipaggio.

La Sea-Watch è recentemente bloccata, proprio dall’Olanda, dove è registrata la sua Ong. Perché?

È grave che l’Olanda, nostro stato di bandiera, cerchi di ostacolare il nostro lavoro mentre dimostriamo, in occasione di ogni ispezione, di avere una nave perfettamente equipaggiata che supera addirittura gli standard di sicurezza obbligatori, come peraltro confermato dall’ispettorato “Leefomgeving en Transport” (dell’ambiente umano e dei trasporti) la scorsa estate, in occasione del fermo arbitrario nel porto maltese de La Valletta.

Dal 2 aprile scorso però, sono entrati in vigore ulteriori provvedimenti restrittivi e il ministero olandese “ha preoccupazioni per la sicurezza della vostra nave” che “salva e accoglie i migranti a bordo”. È così?

Il ministero delle Infrastrutture olandese sostiene di avere ‘preoccupazioni per la sicurezza’ delle persone che Sea-Watch soccorre e ospita a bordo in attesa dell’assegnazione di un porto sicuro. Non possiamo essere ritenuti responsabili delle situazioni disumane di stallo in mare, deliberatamente e colpevolmente create dagli Stati membri. Impedirci di tornare a operare al largo della Libia, in area SAR giustificandolo con timori di “sicurezza”, è un’argomentazione irragionevolmente pretestuosa e ciò è emerso anche dall’accesso agli atti. Pretestuosa e grave quando l’alternativa è che le persone siano lasciate affogare. Trattenere naufraghi, donne uomini e bambini, a bordo delle navi di soccorso per lunghi periodi di tempo costituisce una violazione del diritto internazionale del mare, che i governi stanno ribaltando come una responsabilità di Sea-Watch o di qualsiasi altra nave fornisca assistenza a persone in pericolo. È obbligo delle autorità che coordinano il soccorso fornire un porto sicuro senza ritardo.

Molti vi accusano di “fare business sulla pelle dei migranti” e di “essere la mangiatoia dell’immigrazione clandestina”. Da dove arrivano i vostri introiti?

Sea-Watch, essendo un’organizzazione non governativa senza fine di lucro è retta solo esclusivamente da donazioni private e tracciabili. E’ tutto trasparente, regolare. Si trova anche sul nostro sito. Ogni centesimo è dichiarato all’agenzia delle entrate. Nel 2017 abbiamo ricevuto donazioni per un totale di un milione e 608 mila euro. Nel 2018 invece 1.797.388,49 euro a fronte di 1.403.409,26 euro  di spese. Praticamente il 55,9% (pari a circa 784.210 euro) è andato a finanziamento della Sea-Watch 3. Il nostro donatore più grande è la chiesa protestante tedesca.

Con la guerra in Libia, dove si parla già di migliaia di rifugiati in fuga, soprattutto bambini, sarete di nuovo operativi?

Noi siamo pronti a tornare verso l’area SAR ma da oltre un mese la nostra nave – che batte bandiera olandese – è bloccata a Marsiglia: una nuova norma varata lo scorso mese di marzo dal governo dell’Aja ci impedisce di tornare a operare la nostra attività di monitoraggio e soccorso accampando preoccupazioni per la sicurezza delle persone soccorse e ospitate a bordo troppo a lungo. Questo a causa del braccio di ferro dei politici. In realtà, in quel tratto di mare desertificato dalle navi civili di soccorso, l’Unione Europea e i governi non vogliono testimoni liberi che possano vedere e denunciare le quotidiane violazioni dei diritti umani. Ripeto sono innocenti in fuga da un paese in guerra civile. I diritti umani non dovrebbero essere negoziati e gli esseri umani non dovrebbero essere oggetto di contrattazione. E con indifferenza beffarda, sacrilega stiamo decidendo di farli morire: o in mare affogati o nei lager libici. Mi vergogno di questa Europa!