Si torna a scuola, ma in Sicilia gli studenti non ci sono più

Aldo Premoli. Il nuovo anno scolastico 2019/20 in Sicilia è iniziato lo scorso giovedì 12 settembre: 715.503 gli alunni attesi nelle rispettive classi, 12.251 in meno rispetto allo scorso anno. Sono scomparse 19 istituzioni scolastiche: erano 850 fino a qualche mese fa, sono 831 ora. Si tratta di uno spopolamento presente in ogni ordine e grado.

Sono molti i diplomati che – potendo – scelgono di frequentare l’Università altrove: il calo delle iscrizioni negli atenei siciliani durante l’ultimo quinquennio è stato di circa l’8%; sostanzioso il calo di iscritti alle Medie e alle Superiori, rispettivamente -3.271 e -2.785 rispetto all’anno scolastico 2018-2019; spiccano i 5.478 alunni in meno della scuola Primaria.

In un tessuto socio-economico fragile, dove manca il lavoro e i servizi lasciano a desiderare – per usare un eufemismo – le giovani coppie con figli in età scolare stanno vivendo all’inferno. Esagerato? A Catania gli asili nido pubblici quest’anno non ci sono più. Fino al 2013 Catania ne possedeva 15 capaci di ospitare 700 bambini.

La precedente Amministrazione guidata da Enzo Bianco (Pd) ne ha chiusi 6 riducendone la capienza a 360. Quest’anno quella guidata da Salvo Pogliese (Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega) ha portato a termine il percorso: dallo scorso lunedì 9 bambini a casa, famiglie nel panico e lavoratrici alla disperazione.

Negli ultimi venti anni il numero di alunni sull’isola si è ridotto di oltre 140 mila unità. Tra chi rimane il calo delle nascite è drammatico e l’emorragia di studenti riduce i posti per le immissioni in ruolo degli insegnanti. I posti destinati dal Miur alle immissioni in ruolo in Sicilia sono 2.137, il 4% dei 53.627 posti autorizzati dal ministero dell’Economia. Il Sud del nostro Paese è a rischio desertificazione non solo climatica ma demografica e sociale.

Se se ne vanno i giovani non solo i meno abbienti, ma spesso, sempre più spesso, anche i più intraprendenti e volenterosi chi rimane?

Quanto a dispersione scolastica l’Istat assegna il record negativo di giovani tra i 18-24 anni dotati di sola licenza media e non inseriti in un percorso di istruzione o formazione, alla Sardegna con il 21,2%. Per la prima volta non è la Sicilia a dominare la classifica: segue però a ruota con il 20,9% e punte del 25% a Caltanissetta e Catania. Numeri drammaticamente lontani dalla media europea (11,5%). In altre regioni, invece, la percentuale di chi abbandona è inferiore a questo valore: Emilia-Romagna (9,9%), Friuli-Venezia Giulia (10,3%) e Veneto (10,5%).

Un freno al calo degli studenti sull’isola potrebbe arrivare dagli immigrati. Quelli regolarizzati e quelli che l’ex ministro degli interni con l’ultimo nefasto Decreto sicurezza bis ha reso “fantasmi”: quelli che lavorano nelle campagne iblee senza però godere di alcun diritto e tantomeno poter mandare i figli a scuola. Lavoro nero e nessuna anagrafe: in attesa di un auspicabile percorso di riconoscimento dei diritti, che avrebbe ricadute positive anche sul sistema scolastico.

Nelle Linee di indirizzo programmatico del nuovo governo gallo-rosso all’articolo 3 si legge:

″È essenziale investire sulle nuove generazioni, al fine di garantire a tutti la possibilità di svolgere un percorso di crescita personale, sociale, culturale e professionale nel nostro Paese”.

Buone intenzioni, che è importante non rimangano solo tali. C’è moltissimo da fare e occorre farlo senza dar peso alle fantasie dei governatori leghisti del Nord Est. Come ha di recente ha sottolineato Andrea del Monaco, la spesa pubblica pro-capite nel Sud del Paese – è inferiore rispetto al Centro e al Nord: in Sicilia vale 13.686 euro in Veneto 14.188, in Lombardia 16.979.

Sempre nella Linee di indirizzo del nuovo Governo all’articolo 17 si legge:

″È necessario completare il processo di autonomia differenziata giusta e cooperativa, che salvaguardi il principio di coesione nazionale e di solidarietà, la tutela dell’unità giuridica e economica”.

La precedente coalizione governativa ha trovato un punto di frattura insanabile – spesso sottovalutato dai retroscenisti della politica – proprio nella resistenza che il M5S e il premier Conte hanno fatto nelle apposite commissioni e nell’aula parlamentare di fronte alle richieste secessioniste dei governatori come Zaia e Fontana circa la gestione degli istituti scolastici.

La disputa era e resta accesa: certamente non si è esaurita la vocazione eversiva della Liga Veneta, poi Lega Padana, poi Lega Nord, poi Lega punto e basta. Ma è la situazione nel suo complesso ad apparire surreale.

Mentre i governatori del Nord Est puntano a trattenere e trattare per intero l’estratto fiscale delle “loro” singole regioni, la Sicilia per molti versi la più autonoma tra le regioni accoglie gli insegnanti e gli allievi rimasti con l’85 per cento delle scuole situate in territorio sismico di cui solo il 28 per cento è accatastato.

L’anagrafe regionale ha di recente messo in evidenza che il 60 per cento delle strutture scolastiche dell’isola non è in regola con le certificazioni antisismiche e il 70 per cento non possiede l’agibilità. Di nuovo un primato. Proprio qualche settimana fa, i suoi amministratori hanno trasmesso al Ministero le graduatorie del Piano per l’edilizia scolastica per i prossimi tre anni: comprendono oltre 400 interventi finanziabili, 356 dei Comuni e 91 delle ex-Province.

Il presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci a margine della riunione convocata a Palazzo d’Orleans proprio sulla sicurezza negli edifici scolastici in Sicilia a fine agosto non si è stracciato le vesti, al contrario, è apparso positivo: “Sono sicuro che, entro qualche anno potremo, uscire anche da questa condizione di emergenza”.

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