Primato al Sud per le povertà educative. A Messina meno di 5 posti ogni 100 bambini. Asili nido insufficienti ovunque!

EMMA AVERNA. L’Italia non c’è più: un paese devastato da decenni di gestioni ladre e incapaci che ne hanno smontato ogni pezzo e continuano a farlo impunemente. Nel Sud poi la canaglia impera in ogni settore. In Sicilia ed a Catania siamo oltre l’immaginazione, ogni giorno ne scopriamo una. L’analisi della presidente della onlus Mediterraneo Sicilia Europa Emma Averna ne analizza un aspetto che potrebbe apparire minore, l’assistenza alla prima infanzia, e invece le differenze che si registrano al Sud testimoniano una decadenza inarrestabile ascrivibile in primo luogo, con nomi e cognomi, a tutti, tutti i rappresentanti politici di questi ultimi 25 anni: Tutti. In secondo luogo a ciascuno di noi che continua a tollerare questa massa di imbecilli senza arte né parte che ci stanno condannando alla miseria ed alla guerra civile. (PDR)

In Italia, solo 1 bambino su 10 ha la possibilità di frequentare un asilo nido pubblico. I picchi negativi sono tutti al Sud dove la copertura garantita dal servizio pubblico è quasi assente in regioni come Calabria (2,6%) e Campania (3,6%), seguite da Puglia e Sicilia con il 5,9%. Le ripercussioni sono particolarmente negative per i minori provenienti da famiglie economicamente svantaggiate che non beneficiano della costosa alternativa fornita dagli asili privati non convenzionati.

Martedì 5 novembre Save the children ha presentato in Senato il rapporto “Un miglior inizio. Disuguaglianze e opportunità nei primi anni di vita”, alla presenza, tra gli altri, di Francesca Puglisi, Sottosegretario del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

Si tratta di una ricerca condotta nel 2019 in 10 città italiane ha coinvolto 653 bambini di età compresa tra 3 anni e mezzo e 4 anni e mezzo. Dai dati raccolti emerge con chiarezza che ben prima della fase scolastica è l’accesso agli asili nido combinato alla quantità di tempo trascorso con i propri genitori in attività quali letture, musica o giochi all’aperto, a determinare lo svilupparsi di competenze cognitive e o socio-emozionali come creatività, stima in se stessi e adattabilità alla cooperazione.

Sono le primissime esperienze dei bambini che gettano le basi per ogni forma di apprendimento ulteriore. Se queste basi risultano solide l’apprendimento successivo si rivelerà più efficace e diventerà probabilmente permanente, con conseguente diminuzione del rischio dell’abbandono scolastico precoce e maggiore equità degli esiti sul piano dell’istruzione.

L’asilo nido aiuta a ridurre le disuguaglianze. I bambini che hanno frequentato l’asilo nido hanno risposto in maniera appropriata a circa il 47% dei quesiti proposti a fronte del 41,6% di quelli che hanno frequentato solo servizi integrativi o che sono rimasti a casa e non hanno quindi usufruito di alcun servizio. Una differenza che si fa ancor più marcata per i minori provenienti da famiglie in svantaggio socio-economico. Per quanto riguarda l’ambito matematico, ad esempio, i bambini tra i tre anni e mezzo e i quattro anni e mezzo in condizioni di svantaggio socio-economico che non hanno riconosciuto alcun numero sono stati il 44% tra coloro che sono andati al nido, percentuale che arriva al 50% per i bambini che non lo hanno frequentato.

Determinante per prevenire la povertà educativa, dall’indagine di Save the Children, risulta essere la durata della frequenza dell’asilo nido. I bambini appartenenti a famiglie in svantaggio socio-economico che hanno frequentato il nido per tre anni, infatti, hanno risposto appropriatamente al 50% delle domande, a fronte del 42,5% per coloro la cui frequenza è stata tra i 12 e i 24 mesi e del 38% per un solo anno o meno (una percentuale del tutto simile a quella di chi non ha frequentato il nido).

Attualmente però l’Italia è ancora lontana dall’offrire – come stabilito dalla Unione europea – almeno un posto ogni 3 bambini residenti. Nel 2015 i posti disponibili sono stati circa 23 ogni 100 residenti con meno di 3 anni. In termini assoluti, ciò significa che a fronte di una platea potenziale di 1,5 milioni di bambini, sono 350mila posti disponibili nel 2015(di cui il 90% in asili nido, mentre la parte restante in servizi integrativi).

L’offerta poi risulta fortemente squilibrata tra le diverse regioni italiane: si va dal 42,3% della Valle d’Aosta al 6,6% della Campania. Ai vertici della classifica spiccano le regioni del centro-nord. Superano infatti l’obiettivo europeo del 33% la Valle d’Aosta Umbria, Emilia Romagna e Toscana. Le regioni del nord, il Lazio e la Sardegna, offrono un posto ogni 4 bambini con meno di 3 anni. Le grandi regioni meridionali occupano gli ultimi posti della classifica: Puglia, Calabria, Sicilia, Campania. 2 in particolare non arrivano neanche al 10% di posti nei servizi prima infanzia: Sicilia e Campania.

Di recente la situazione non ha fatto che aggravarsi. In Trentino Alto Adige i posti offerti sono aumentati sia nelle strutture pubbliche, sia in quelle private. Al contrario della Sicilia, dove diminuiscono in entrambi i settori, e in modo ancora più consistente nel privato. A Messina ci sono meno di 5 posti nido ogni 100 bambini, a Catania, meno di 6 a Palermo appena 7 a Ragusa non si arriva a 10

Leggere questi dati getta in una disperazione: mostrano talmente tante falle nel sistema da risultare paralizzanti, continuare ad operare come Onlus nel settore dell’educazione dei minori ci sembra impossibile.

Proviamo tanta vergogna. Appaiono baratri incolmabili, dovuti a decenni di cattive amministrazioni locali, di evasioni fiscale ma soprattutto di scarsissimo interesse e impegno civile da parte dei singoli cittadini.

Personalmente ritengo che le amministrazioni locali siano specchio fedele della propria cittadinanza. Siamo tutti singolarmente responsabili del loro operato e del fatto che per anni possano indisturbati aver lavorato male, poco… e spesso nell’illegalità.

La nostra prima responsabilità è aver votato in maniera incosciente, spesso senza esserci informati o ripetendo l’eterno che “tanto non cambia niente”. A seguire colpa di tutti è il non avere reso il loro cattivo operato nel tempo sempre più difficile: attraverso l’azione costante di assemblee di quartiere attive nel difendere i propri diritti. Colpa imperdonabile anche di quei professionisti statali e non (professori, medici, imprenditori, avvocati, notai …) che operano attivamente nel tessuto cittadino e che dovrebbero costituire a loro volta dei gruppi (definiti anche lobby) atte a garantire una qualità amministrativa adeguata. E Invece no: tutti rintanati nei propri orticelli, “genitori elicottero” capaci solo di scegliere il migliore istituto provato per i “propri”figli, indignati per ciò che li circonda i più, indifferenti o addirittura apprezzanti altri.

Noi di Mediterraneo Sicilia Europa Onlus, noi come altre Associazioni laiche o religiose che operano nel Terzo settore, abbiamo però deciso di non arrenderci, di continuare a sentirci indignati, dispiaciuti, a volte letteralmente annichiliti. Come MSE continueremo a cercare fondi privati, per colmare questi bisogni: fondi privati per sentirci senza padroni, senza i soliti vincoli burocratici-capestro.

Continueremo anche scrivere editoriali come questo che pongano all’attenzione della società civile questi disagi abissali.

Cambierà qualcosa? Non lo sappiamo, di sicuro continueremo a provarci.

FONTE DATI: elaborazione openpolis – Con i bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: sabato 1 Dicembre 2018)

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