ALDO PREMOLI. Nel XXV Rapporto sulle migrazioni, elaborato da Fondazione ISMU e presentato lo scorso martedì all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano il capitolo riguardante la salute dei migranti presenti sul territorio europeo e in particolare su quello italiano, sfata alcuni confusi quanto radicati pregiudizi. Il testo elaborato da Nicola Pasini e Veronica Merotta fa luce sugli effetti prodotti a questo proposito dallo sconquassato Decreto sicurezza (Legge 132/2018). Le nuove disposizioni hanno apportato profonde modifiche rispetto al sistema di ingresso e di permanenza nel nostro Paese azzoppando il diritto alla salute dei migranti e come conseguenza dell’intera popolazione italiana.

Dopo aver delineato il nuovo quadro determinato da questa Legge Pasini e Merotta si chiedono quali siano le ricadute presenti e future sulla salute degli stranieri. Per comprendere il problema le generalizzazioni “un tanto al chilo” adottate da qualche furbo politico servono a poco, occorre piuttosto partire dai numeri : la popolazione straniera in età da lavoro (15 – 64 anni) nel 2018 in Italia sfiorava 4 milioni di unità, gli occupati circa 2 milioni 455mila. Gli stranieri rappresentano il 10,2% della popolazione in età attiva, il 10,6% degli occupati, il 14,5% dei disoccupati e l′8,6% degli attivi del nostro Paese. Il radicamento della popolazione immigrata incide dunque significativamente già da ora su diversi aspetti del nostro Paese: per il mercato del lavoro, la scuola e anche la sanità. Gli immigrati, piaccia o meno, sono già attualmente un ingranaggio effettivo del nostro sistema produttivo, come di quello educativo e sociale: la loro salute dunque non è affatto un problema laterale.

Copertina XXV Rapporto ISMU

Dai rapporti citati dell’ Organizzazione Mondiale Sanità nel suo Rapporto sulla salute dei migranti nella Regione europea viene sfatato il falso mito che i migranti portino malattie: viene sottolineato invece il forte rischio che la loro salute possa peggiorare una volta arrivati nei paesi di destinazione a causa delle condizioni di vita precarie a cui sono sottoposti nei Paesi raggiunti.

La realtà è addirittura capovolta rispetto alle paure striscianti a proposito dei rischi di trasmissione di malattie infettive: i migranti sono a rischio di infezione allo stesso modo nei luoghi d’origine, di transito e di approdo: in quest’ultimo caso proprio per la mancanza di accesso all’assistenza sanitaria o per le condizioni precarie in cui vivono.

Dall’ultimo rapporto ISTAT 2018 sull’Integrazione degli immigrati in Italia. si apprende poi che la condizione di salute degli stranieri residenti in Italia è buona, in qualche caso, addirittura migliore di quella degli italiani. Un dato sorprendente che va però letto con attenzione. Innanzitutto le persone che emigrano sono mediamente più sane di chi rimane nei paesi di origine, e mediamente anche di chi vive nei paesi di destinazione; va poi considerato “l’effetto salmone”: fa sì che un immigrato in cattive condizioni di salute o in età molto avanzata preferisca tornare nel proprio paese per farsi curare. Secondo Pasini e Merotta occorre poi adottare una prospettiva di interpretazione dinamica: il vantaggio all’arrivo con il passare del tempo e con inserimenti nel contesto social difficili sfuma, e la salute degli stranieri registra un progressivo peggioramento. Il capitale di salute iniziale viene attenuato: rispetto a chi è arrivato da meno di 5 anni, in chi è qui da 10 prevale una salute deteriorata che raddoppia il suo impatto nocivo dopo 15 anni.

Uno degli aspetti più rilevanti della ricerca svolta da Imu è quello relativo alla sofferenza mentale. Un numero non indifferente tra le persone arrivate sono sopravvissute a traumi estremi: in particolare durante la permanenza nei lager libici. Se a ciò si aggiunge che molti richiedenti protezione si confrontano con condizioni di povertà, l’impossibilità di fruire di forme assistenza comporta spesso un impatto negativo sulla loro equilibrio psico-fisico, con conseguente incidenza di disturbi mentali e condotte autolesive. Particolarmente alto il rischio per i minori. Ancora più difficile per quelli non accompagnati che rischiano problemi di salute mentale correlati a violenza, minacce, abuso fisico e sessuale o la perdita di uno o più genitori.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità – ricordano Pasini e Merotta nella loro ricerca – ha sottolineato come la scelta di non curare i migranti sia non solo “disumana” ma decisamente negativa in termini di investimento per il benessere collettivo: solo una popolazione straniera produttiva e sana è in grado di contribuire positivamente allo sviluppo economico del Paese di accoglienza.

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