Dopo gli incendi… aspettiamo interveniamo?

Giuseppe Siracusa. Il fuoco, appiccato alle campagne, ha divorato tutto. Ancora quell’immagine atroce della nera fuliggine che ha rivestito o sostituito ogni cosa, e si riparte da un suolo nudo, coperto di cenere. Cosa fare il giorno dopo? E’ sempre necessario intervenire? Si può ripristinare la vegetazione?

Ogni qual volta un evento disastroso cancella ettari di natura ci si pone la questione se intervenire con un intervento di restauro ambientale.

Un buon punto di partenza sarebbe sapere cosa si è perso per poi ricostruire.

Questo è quanto è andato perduto: un insieme di differenti ecosistemi; potrebbe essersi trattato di un’area in cui c’era un bosco di querce, ai margini una boscaglia di rovi, forse questo territorio era attraversato da un impluvio con un canneto, negli spazi aperti dei pascoli. Querceto, roveto, canneto, pascolo: ecosistemi che in questo caso coincidono con tipi diversi di vegetazione.

Come definire la parola vegetazione? E’ l’insieme delle specie vegetali (in quantità variabile e stimabile) in equilibrio con le risorse dell’ambiente (suolo, clima, esposizione, etc).

E’ quindi una comunità di piante popolata da animali (erbivori, carnivori, impollinatori, etc), da virus, funghi e batteri, (importantissimi, perché consentono la decomposizione). Ognuno di questi complessi consorzi, spesso individuabili e catalogabili (castagneto, canneto o macchia a lentisco) è un ecosistema e sottostà a dinamiche complesse; è un modulo collegato ad altri.

Ma ogni spazio verde è un ecosistema? Ovviamente no.

Per essere tale deve possedere due requisiti: l’autonomia (non deve avvalersi in nulla dell’intervento dell’uomo come irrigazioni, fertilizzazioni etc) e deve autoregolarsi (capacità di fronteggiare un evento a impatto negativo).

Le aiuole, i campi coltivati, i giardini sui terrazzi, le gabbie con gli uccellini, gli acquari quindi non sono ecosistemi, sono soltanto una triste illusione.

Diciamo le cose come stanno, noi un ecosistema non siamo in grado di riprodurlo in alcun modo!!!

Possiamo solo agevolarlo nel suo lungo percorso verso quello stadio stabile in equilibrio con le risorse ambientali: il climax. Questo percorso è strabiliante.

Se ponessimo delle telecamere puntate su un suolo nudo e scattassimo delle fotografie ogni anno nella stessa stagione per 200 o 300 anni o, a seconda dei casi, anche di più, assisteremmo ad un meraviglioso alternarsi di ecosistemi con sempre differenti specie vegetali ed animali.

Cosa succederebbe se non intervenissimo in alcun modo?

Dapprima si insedierebbero specie vegetali poco specializzate (le chiameremmo piantacce) che proteggeranno e arricchiranno il suolo, lo faranno evolvere e potrà ospitare specie più esigenti, accoglieranno anche le prime comunità di animali. Questo stadio obiettivamente caotico, che spesso definiamo incolto e che, a torto, vediamo come un vuoto di natura da potere usare a piacimento (cementificazione compresa), è invece il primo di una serie di innumerevoli stadi verso l’apice dell’evoluzione, il climax appunto.

Immaginiamo adesso di volere aiutare questa sequenza di stadi; in genere lo si fa inserendo alcune specie arboree che apparterrebbero agli ecosistemi più evoluti, quelle specie che arriverebbero tra le ultime. Come si fa a decidere quali specie impiantare?

Semplice, si deve studiare il territorio devastato, e lo devono fare esclusivamente i tecnici, gli esperti, quel personale qualificato che si è formato studiando l’ambiente.

Cercheranno quei lembi di vegetazione naturale non incenerita (magari ai margini), individueranno gli ecosistemi che un tempo erano presenti (vegetazione potenziale), tenendo conto sia delle singole specie che del loro quantitativo.

A questo punto, elaborato il progetto, si procede agli impianti, in un’ottica di contestualizzazione coi territori circostanti e della loro vegetazione naturale.

E’ di nuovo necessario sottolineare che un territorio con un nuovo impianto (ad esempio di querce) non è un ecosistema, è anni luce distante da un querceto naturale, è soltanto una rudimentale impalcatura, alla quale, col tempo si collegheranno forme di vita differente.

Ma si possono fare errori nel corso del restauro ambientale?

Si e spesso sono a carico della scelta delle specie vegetali impiantate, in passato è avvenuto molte volte (eucaliptus, acacie, varie conifere, etc).

Interessante capire cosa succede se si inseriscono piante che precedentemente non erano presenti in quel territorio? Gli scenari possibili sono diversi, fondamentalmente riconducibili a tre:
1) le specie non indigene del neoimpianto non sopravvivono, in questo caso il danno è decisamente limitato!
2) Le specie inserite crescono, diventano adulte, ma talvolta (fortunatamente) non si riproducono facilmente. In questo caso, questi popolamenti hanno vita limitata (anche se lunga), ma prima o poi il territorio sarà libero (è così per molti degli estesi rimboschimenti ad Eucaliptus nella Sicilia centrale).
3) Adesso lo scenario peggiore.

Le specie “sbagliate” si riproducono, sono aggressive, valicano il limite dell’impianto e invadono i territori circostanti. Esempio ne è quello che sta accadendo in seguito al rimboschimento a pini da pinoli (Pinus pinea) sui coni vulcanici (Monti Rossi) dell’eruzione del 1669, presso Nicolosi, sull’Etna.

Questa specie si sta diffondendo ovunque ci sia sabbia vulcanica; si sta comportando da specie pioniera. Ha una crescita velocissima, dopo i primi anni di radicamento riesce ad elevarsi anche di 80 cm l’anno. Crea un ombreggiamento notevole ma non ospita sottobosco poiché le sostanze provenienti dalla decomposizione degli “aghi” lo impediscono.

Tutti gli incolti nel comprensorio di Nicolosi sono oramai invasi.

Qui i processi dinamici della vegetazione non potranno avvenire. E’ un disastro ambientale dilagante su cui non si sta ancora cercando di porre rimedio.

Nel 2014 questa pineta è stata fortemente danneggiata da una serie di incendi dolosi e gli spazi aperti lasciati dalla vegetazione incenerita, già sono presenti nuove plantule di pino.

Questo ecosistema creato dall’uomo si sta dimostrando estremamente efficiente e competitivo, presenta una elevatissima capacità di ripresa (resilienza), a discapito della vegetazione potenziale (querceti) sporadicamente presente ma condannata a sparire del tutto.

Questa pineta, che è particolarmente amata perché vista come luogo di svago o frescura, è tuttavia teatro di un disastro ambientale in corso.

La natura va vista con gli occhi della conoscenza, non bastano quelli dell’amore.