R come Rosalia: una piccola ma preziosa mostra dedicata alla Santuzza

Aldo Premoli. In un’unica sala al piano terreno del Palazzo dei Normanni i visitatori sono accolti dalla mostra R Rosalia – eris in este patrona dedicata alla “santuzza” protettrice della città palermitani

R Rosalia – eris in este patrona, foto dell'allestimento. Palermo, Palazzo dei Normanni
R Rosalia – eris in este patrona, foto dell’allestimento. Palermo, Palazzo dei Normanni

Ha due ingressi il Palazzo Reale di Palermo, Conosciuto anche come Palazzo dei Normanni uno lo riserva alla politica e si affaccia sui giardini di Villa Bonanno, proprio da qui lungo la via che costeggia i suoi bastioni si scende verso i vicoli con per raggiungere il mercato di Ballarò che da lì dista non più di 700 metri. Che c’entra Ballarò? C’entra. Palazzo dei Normanni è la sede dell’Ars, l’Assemblea regionale siciliana, massima espressione politica e autonomista dell’isola. Sul lato opposto dell’ingresso riservato alla politica si allungano invece le code di turisti che desiderano visitare la Cappella Palatina e gli Appartamenti reali.

ANCORA SU MANIFESTA

Intorno a Palazzo dei Normanni nei mesi scorsi ha imperversato Manifesta12 ma ora proprio questa dimora ospitata una mostra piccola e forse lontana dallo spirito di Manifesta. In un’unica sala al piano terreno vi accoglie R Rosalia – eris in este patrona dedicata alla “santuzza” protettrice della città palermitani. R Rosalia – eris in peste patrona, si articola in quattro sezioni. La prima è un (malizioso!) omaggio del capoluogo siciliano a quei territori un tempo denominate “Nazioni” con cui i palermitani intrattennero nei secoli passati rapporti da pari a pari: veneziani, genovesi, pisani, amalfitani e napoletani. Ma soprattutto lombardi che in cerca di migliori opportunità di vita tra i XV e il XIX secolo conoscono una migrazione verso Palermo particolarmente intensa nel Seicento. Non può essere un caso se questo tema è introdotto in ogni modo, a partire dal più semplice dei folderini che accompagnano l’esposizione. Scopriamo infatti che la stessa è promossa dalla Fondazione Federico II alla cui testa sta quel Gianfranco Micicché Presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana che pur essendo il massimo esponente sull’isola di Forza Italia in occasione della Vicenda Diciotti e al divieto di sbarco per i 150 migranti eritrei sui moli Catania a proposito del lumbard Matteo Salvini ebbe a dire: “Sei uno str… provochi sofferenze a 150 disperati”. Con una clamorosa presa di distanza dalle posizioni nazionali del partito a cui appartiene. Per non lasciare dubbi Micicché si è rivolto alla “santuzza” anche durante  l’inaugurazione della mostra, con una mirabolante invocazione: “Chiediamo a Rosalia di tornare per salvarci ancora una volta dalla peste dell’odio, dalla peste del razzismo, dalla peste della cattiveria che esiste e nel mondo e in Sicilia come in Italia si respira particolarmente”.

LA STORIA

La seconda dedicata alle gesta dei guaritori nel lasso di tempo dei cinquant’anni che vede la città colpita dalle due terribili pestilenze del 1575 e 1624.  Si tratta di eremiti come sempre nell’iconografia cattolica rappresentati come figure scavate e dotate di barbe incolte, anche se “romita” doveva essere stata anche Santa Rosalia. La terza incentrata sulla figura di Rosalia Sinibaldi le cui spoglie vengono rinvenute in una grotta sul Monte Pellegrino, la montagna che incombe non sempre benevola sulla città. Accade nel 1624 proprio durante la seconda ondata di peste che sta decimando i palermitani. E dal quel momento suo culto si aggrappano disperati e in ogni altro caso impotenti poveri e ricchissimi. La quarta sezione è dedicata appunto al diffondersi del culto della santuzza, con testimonianze eccellenti soprattutto nelle pale d’altare che vedono all’opera tra gli altri Pietro Novelli o il fiammingo Van Dyck che si trova a Palermo proprio durante la pestilenza del 1624. L’allestimento di questa mostra è addirittura sontuoso: oltre a dipinti, sculture, oreficeria, maioliche disegni a penna e acquerello si avvale di didascalie elettroniche, pannelli luminosi, luci appositamente costruite per l’occasione e una video proiezione in cui attori-testimonial in costume d’epoca raccontano quel che accade nella Palermo colpita dalla peste. Ma appena oltre le sue mura pulsa Ballarò. E qui che la mostra –  gli allestitori ci abbiamo pensato o meno – continua, si estende, esplode e si contraddice in mille modi. A Ballarò trovi 1000 edicole (anche 3 diverse in un solo piccolo slargo) dedicate alla Madonna o alla Santuzza… e un mare di automobili schiacciate malamente sotto di loro. Il parcheggio in Sicilia si sa segue spesso regole non codificate. Non parrebbe che queste auto siano state messe lì a proteggerle queste edicole votive, ma nemmeno ad offenderle: i ritratti di queste divinità femminili, sono come l’aria che “il popolo” respira da sempre.

NON È FOLCLORE

A Palermo, una città bellissima e disgraziatissima l’Amministrazione del sindaco Leoluca Orlando – di cui tutto si può dire tranne che sia un baciapile – come può e quando può – se ne fa carico. Così come nessun graffito, nessuna tag le aggredisce. Capita pure di vedere qualche cittadino in mezzo alla strada appena oltre la macchina immancabilmente parcheggiata in seconda fila fermarsi un attimo, farsi il segno della croce, magari una silenziosa preghierina e via.  Lo so sto per fare un’affermazione pericolosa: ma una fede come questa, quella che porta ancora giovani coppie siciliane ad inginocchiarsi sui pavimenti nudi nelle chiese di periferia come appunto quelle di Ballarò, del Brancaccio o di Librino a Catania non è cosa da poter passare inosservata e – per favore – non ditemi che è folclore. A me commuove.